Il borgo il globo l’astro il cerchio

irradia ignoto lontano estinto

fin qui pulviscoli oro mercuriali danze

villaggio dei villaggi girotondo

fin qui pomeriggi bianchi senza desiderio

novembre che respingi l’elettrico del mondo

affondi dita calde tra gli ulivi

fino a stanze vittoriane velluti rossi

verde salvia per il buono che rimane

vita che respiri il necessario

mano che ti allunghi e porgi

mano che ricevi e custodisci

occhio che occhio trova

dice confida ama

gazza che atterra e poi risale

per la luce inaugurale

l’avvento senza eventi

aurora che ignori mezzogiorno

per Santa Caterina d’Alessandria

per i cingoli che aspergono silenzi

tagliano l’aria rigano un registro                     

per grazia di un decoro trasparente

la donna curva fa tornare i conti

tra gli appena vivi e i non più presenti

l’aria buona nessun suono s’inimica

l’aria buona che il globo ha divorato

 

 

 

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In un punto dove tutto imbruna

io ti vedo splendere.

Sedie alberi panchine vuote

volpi inermi sui cigli delle strade

giardini dove non arrivano voci:

sanno ciò che non ammette altro.

Nel dondolio di raggi tra le ombre

nella lamina di offesa e grazia,

calce su maglioni di operai

unica difesa al gelo di dentro

che è qui, l’inverno. O suoni perduti

solo il silenzio vi rimpiange

e annoda l’uniforme della storia

di unità fasulle, glorie vane, nulla.

O suoni e voci di fabbro

odori di pini su sentieri sterrati

passeggiate domenicali di scarpette

tra pigne e ghiande nel laboratorio

cosmico umanissimo, nel patto

del grande che tiene il piccolo,

beato piccolo, e poi non più.

Taverne e dopo lavoro della noia

di briscole, resoconti di paese,

dove sostavano fino a sera

rosse guance tra respiri vivi.

Suoni di vespe e tricicli

che fanno sobbalzare devote mogli

aprire portoni per la messe copiosa.

Le poche parole. E poi non più.

E poi non più

 

 

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Ombre scritte, pietre

 

Mosca, di A. B

 

Ho avvicinato le cose più estranee

pur di somigliarvi

finto di credere pur di compiacervi

annuito alle vostre menzogne

pur di accontentarvi.

Non parlo ma so il vostro destino

il futuro cresciuto senz’acqua

bucate promesse sguardi vizzi.

A volo perpetuo   a vuoto   agita le ali

dice comunque sì se chiedono del nido.

Lo sforzo della montagna in cammino

la lista buona della spesa i signorsì

il ribasso dentro cui me ne sto buona

buona col mio silenzio sorridente

con in dono fiori per ogni circostanza

un perdono per togliervi d’impaccio

con gli occhi bassi come i mendicanti

una strega a viso aperto verso il fuoco

per farmi perdonare d’esser viva

di rubare respiri al vostro cielo

per uno sguardo storto o troppo chiaro

questa cosa che non vi siete mai spiegati

questa cosa senza origine né patria

che non sapete cosa blatera o indovina.

Un filo di voce in fondo, un nome d’aria

 

 

 

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Il mio bacio eterno

 

                            Non ti incamminare, aspetta ancora.
                            Questo temporale dura un quarto d’ora
                                                  (Padre, settembre 2017)

 

Nel porto gli alberi oscillano ancora

si muovono coi versi dei gabbiani

cigolano mentre il primo raggio

entra nel cerchio sopra l’altare.

Ora non più. Cielo spezzato, interrotto

raggio. Resistono cufiche curve

inchiostri, cinque strati di storia e genti.

Il ragazzo morso dal ramarro ha i tuoi occhi

la spalla a scudo non ti salva dal dolore.

Tu che pulisci con il mondo il mondo

altri ne ruba e mangia il frutto

mio bianchissimo nettare di pece

lì sul filo di una lamina che acceca

zigomo di Cristo morto

lascio il mio bacio eterno.

In un sonno di veglia e pace

di porpora velluto e giglio

di uggia mura altissime e torri

di nomi sepolti da altri nomi

di volti ricoperti da altri volti

nelle tele del mondo, nella chiesa

di Bisanzio, nel banchetto senza dominio

e senza tradimento. Nell’umido silenzio

del basolato mille volte capace

mille e mille volte buono, umido

basolato, una candela ti illuminava.

Accanto alle mura 800 gatti vigilano.

I guardiani del potere non usurpano

i recinti dell’ultimo contadino:

finché vivrò non passerete

 

Giovan Battista Caracciolo, Cristo morto trasportato al sepolcro, particolare

 

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Albero della vita

 

 

Albero della vita kippah di Tommaso

scatola che proteggi l’infanzia

i piccoli, piccoli per sempre

Natale 2007, capelli rossi con flauto,

cimitero ebraico. A Venezia Mestre resta

il tratto dei dialetti e delle chiacchiere

fino alla città, terz’ultima, quarta lettera

signora ben accetta alla frontiera

mai scarmigliata piovosa sempre

tra regno verde acqua e ciò che è stato

ombre di barbari collio altezze rosa

su alvei trasparenti dove il viso senza attrito

si è guardato al centro del pendolo perfetto

qui e lì di altalena, il vento prende i connotati

e li disperde. Bosco a sinistra a destra cime

in mezzo silenzio di legnaia e abbeveratoio.

 

Nei nidi prima della caduta, nel tempo

che scomunica se stesso, perpetua confidenza

e balsamo di pioggia sul vetro, chiaro

aperto tragitto dall’ultima fermata alla meta.

 

Loro lo seguono, lo seguono tutti

neri bianchi grigi maculati fulvi

lo seguono, lui cammina sospeso

su 4 ossa altissime e un viso prosciugato

che nessuna acqua bagna, solo il tenero

di queste creature gli muove i passi

accende domani la luce. Luce e passi

che fermano il mondo, lo inchiodano.

Poi, cibo rovesciato in cima al muro.

 

Salviamo le lumache dai passi degli altri 

accostate ai bordi dei muri, fuori 

dalla cronaca che la grazia ignora.

Per un monaco fedele all’ortodossia

delle candele, all’oriente di spezie e vodka.

 

SMS: Non essere triste. Ti tengo le mani

Vorrei giurarti che siamo immortali

 

 

 

 

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Anni luce

                                           

                                             – Quanto dista?
                                             – Qualche centinaio di anni luce

 

Azzurrina, le braccia nere spingono ruote, secchielli, pinguini colorati e salvagenti

Tuoi occhi d’acqua che scivola e saetta, gli amici salutano e dicono buonanotte

Scusate, rispondi, io sono solo questi occhi che vedono e cuciono

E poi ripeti, com’è bello non sapere, lo pensi e te ne scordi

Azzurrina, i moti del cielo, le distanze anni luce

La velocità con cui i gatti scansano la morte attraversando la strada

Tu non vuoi sapere e loro anche

Una vita per diventare bambina, una vita per restarlo

Al pari del faro e dell’albero te ne infischi:

Tutto il tempo di amare chi riempie lo sguardo e la stessa terra

O strade onomatopeiche, o intelligenza delle cose:

Nutrite dell’elemento che le ricorda e le crea

Nessun vuoto di memoria tra radice e radice, nessuna infedeltà

                 – Volevo soltanto il cielo di giugno

Così la marina inscheletrita rimbalza voci di fantasmi

Tra cocco e mandorle fresche e latrati non lontani dei cani dell’ostello

                 – Volevo soltanto il cielo di giugno

Sonnecchiando nel settembre  appena nato

E solo questo non ti fa simile all’albero

Altri hanno pagine sospese in aria cercano un centro

Tra lo sguardo e il vento, altri un rimpianto o un segno

Tra le combattute vele che il torace fatica a trattenere

Tra la pineta che nell’improvviso silenzio si crede bosco

 

 

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XV agosto

(-Il mondo è troppo distratto e noi soffriamo, diceva dai finestrini abbassati).

Lui ha le gambe gonfie. Nere e viola. Sta seduto col faccione bianco e 2 occhi-animali che scrutano il mondo che entra dalla porta. Non ce la fa ad alzarsi, le gambe nere e viola dovrebbero reggere un gran peso.

– Vivereeee senza malinconiiiaaa, vivere senza più gelosiiiaaaa, senza rimpianti senza mai più conoscere cos’è l’amore. Ridere sempre così giocondo, ridere delle follie del mondo – . Canta canta e sorride mentre la cameriera che serve birre calzoni rustici gli si avvicina con un corpo di sirena e lui resta sempre lì, seduto, con le sue gambe nere e viola. E canta canta. Vivereeee senza malinconiiiaaa, vivereeee senza più gelosiaaaa.

Intanto l’asso è di denari e dentro c’è scritto Modiano Trieste. È ferragosto e noi siamo nel punto meno cool del mondo. Il mare di fronte fa quel che deve col cielo, tra Nettuno e carta da zucchero.

A tre a quattro passano gli anziani si sostengono si reggono, braccia imbrigliate attorcigliate, basta un orologio d’oro la messa in piega ed è festa. Accanto una coppia parla di Singapore mentre una donna caschetto biondo si pettina vicino la porta d’ingresso ma poi è un uomo che le stende i capelli coi palmi schiacciandoli, facendo pressione. Poi le afferra il volto e le dà un bacio.

L’ultima mano, a briscola, è sempre la più tosta, mentre un ragazzo abbraccia una chitarra e suona Toquinho. Un suo amico protesta e dice che è da sfigati stare lì a ferragosto, che si potrebbe andare in altre affollate marine e non questa piena di vecchi e gente un po’ così.

Vabbè, paga chi perde. Poi fuochi d’artificio a destra e a sinistra del faro. Mentre lui ricomincia a vivereeeee senza malinconiiiaaaa noi pensiamo che siamo nel cuore di un mondo non più distratto.

 

 

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Nel silenzio delle fiabe

 

Fontaine de Vaucluse, fotografia di Thomas Lamprecht

 

La resina ha succhiato legni

pietrischi zampette organismi

uni e pluricellulari foglie petali

lava che indurisce si fa gemma

centro di vita silenzioso

che il mondo rapisce e vende

rapisce e vende, e non si offende

la culla del sole sua unica ombra

immemore invetriata spicchio

mondo fisso innocuo

tregua di pioggia nei deserti

cono che illumini l’utile, Occhio

vampa senza assoli custodia scrigno

sacre e sporte vene di conifere

riposta urna di Vaucluse

nel silenzio di quelle lande

nel silenzio sacro delle notti

nel silenzio indisturbato

nel silenzio scuro delle fiabe

nel silenzio operoso fabbro

nel silenzio perpetuo dono

nel silenzio senza applausi

nel silenzio dell’estinzione

anello infine, e non al dito

 

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Il castello appena finito un’onda

l’ha sciolto, piange inconsolabile

così la tramontana scoperchia

mondi inadatti a queste lande

denti senza pace di lagomorfi

nessun legno riuscirà a fermarvi

c’era qualcuno quando ero solo:

inconsumato lamento del lemure

Lei al semaforo sorride sempre

pure a chi le dice quanto è brutta

Disegnate e fate nuovo il mondo

ma l’egida della legge non aiuta

Marina del santo, la sola intatta

ci metteranno mano e soldi

per rendere completa la fine

per alzare volumi su finti dialoghi

nell’unico silenzio ancora acceso

 

Dite a Geppetto di vendere la giacca

la bimba non legge non scrive non sa

Vi vede non vi riguarda, vi parla appena

 

 

 

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luna 33

 

Quando il braccio si allunga al cielo
un ragno scivola dal soffitto alla mano

lucerne agli angoli dei muri muschiati
fiscoli e macine di pietra 3 volte cinti

negli ipogei senza più uomini e animali
salnitri e didascalie di azzardati ospiti

altre vesti per i sussurri dei monaci
le loro celle inamidate a vuoto

fresche pagine che la calce salda
e l’amen vorrebbe liberate

tu sei altrove uomo del sicomoro
allunghi le braccia al solito muro

cibo per tutti mentre tutti avanzano
re che ordina: sedete qui e obbedite

più su la luna ti sfiora la gobba
gli occhiali neri non toccano altro

il tuo giorno in questi pochi passi
lanterna che sei per 4 gatti e un muro

non sai la luce che dai ai miei occhi
il richiamo della tua andatura

fuscello altissimo e leggero
che seguirei fino all’uscio scuro

avresti parole di piombo perfette
non di vento, profumate appena

 

 

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