bimbaneve

 

Forse almeno oggi pioverà

abbiamo anche cantato

la canzoncina della pioggia

 

Guardate gli alberi verdi

e quelli con le foglie gialle

Ciao, signori alberi

 

Viale Don Minzoni è giallo

lui sì che ricorda l’inverno

i platani si scoraggiano ma per poco

 

il tempo di illuderci spetti anche a noi

questa stagione, per quanto malconvinta

I bambini a volte guardano

 

da uno sguardo vicinissimo e turbato,

nelle loro pupille spazi immensi di città

incenerite, atlanti di terre spaventose

 

nero mare pesto da una barchetta

luce improvvisa di iceberg

all’uscita della sala da ballo

 

A volte sembra vedano i dinosauri

 

Quando avranno dimenticato tutto

quando il tosaerba avrà fatto il suo lavoro

appiattito e uniformato per il bene di tutti

 

niente e nessuno gli darà ragione di quelle

visioni, di quelle apocalissi che tutti gli organi

avranno imparato a digerire

 

I bambini sono convinti

di quello che dicono e vedono

I bambini non hanno mai dubbi

 

 

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Inagibile

 

la-piccola-fiammiferaia

 

La bambina ha passi invisibili e muti

percorre venti volte il corridoio

prima di entrare nella stanza degli altri

 

Ha una voce flebile

un filo di ragnatela appeso al cielo

 

Solo i gatti ottengono senza chiedere,

le foglie, lo zelo della polvere, le zanzare

Casa inagibile. Nessuna lingua madre

 

Avrebbe saputo dell’anidride carbonica

che almeno le piante ne fanno buon uso

 

Anche nel bar senza ambizioni di P.ta Ticinese

in pochi intuimmo che alcuni uomini

sono utile concime per altri uomini

 

Poi riprendemmo la briscola, l’amaro

quel po’ di conforto del sabato

 

Si perdono dati in questo mondo

si perdono contatti foto files selfie

anche vecchie paroline d’amore

a cui quel giorno abbiamo creduto

 

Mentre tutti dicono “quanto ci manca”

“come faremo senza”, puntuali parole

necrofile, ceralacca di vite senza vita

nell’ossessione comune del dire, del nulla

 

Il barista fissa il telo di plastica al legno

un tenero rimedio al freddo

Per quanto batta e inchiodi è il gelo

ad avere la meglio tra dentro e fuori

 

 

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Rose a novembre

 

Solo le rose hanno potuto di più

fiorite in numero di 2 nel mese dei morti

La proprietaria è incredula, incredula e stanca

densi occhi nicotinici di chi ha sofferto tanto

 

La proprietaria delle rose

La proprietaria della casa delle rose a novembre

La donna dalla pelle di caffè che venderà la casa

La donna che ha una figlia e tante fotografie

 

In nessuna c’è un uomo

Solo un padre in bianco e nero col sorriso buono

un paio di Wojtyla e qualche Gesù

Nessun padre attuale e degno

 

Le cose che si impongono non hanno parole

Sono le rose in numero di 2 nel mese di novembre

Anacronistiche creature di questo piccolo giardino

nate nel mese in cui si muore

 

Il resto è sfocato. Ogni cosa e per intero. Sfocata

Al pari delle voci di notte nello scompartimento

quando viene il sonno

A nessuna di queste fiammelle indistinte, crederemmo

 

A nessuna di esse affideremmo una promessa

La voce dal telegiornale dice di uomini senza casa:

Siamo rimasti in pochi. Vanno tutti sulla riviera

Ma il paese è nostro. Lo dobbiamo conservare

 

 

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Umane ossa

ad Alfonso Guida                                                                                       

 

I parcheggiatori abusivi si sbracciano

i portieri hanno già in mano le luci di natale

Tra l’Opera nazionale per la protezione della maternità

e l’amour et la violence di Sébastian Tellier

un incendio improvviso di campane

Casa della madre e del bambino, Principe di Napoli

Candeggine anziane o immigrate

su marciapiedi silenziosissimi

Il sole brucia le offerte dei supermercati

e un calzino spaiato. Batte regolare

il bastone di un vecchio sullo scalino

lo sguardo spiritato la sua rabbia su un portone:

nessuno apre, giorno dei morti, dei panni stesi

Il tempo del semaforo nemmeno

è favorevole alle monetine

Nella cappella Zagari una moglie ha ancora la mano 

sul braccio del marito, lo guarda

Hai visto che gli hanno messo lo spartito sulla tomba?

Guarda, c’è la chiave di violino!”, una madre al figlio

Tra Schipa e Bodini, tra un pentagramma e una negazione

Ascolta la voce di natura che prorompe dai tumuli 

per la tua preghiera le umane osse risorgeranno

Gli alti veri che t’ispira questo luogo

33 34 35: Ignoto Ignoto Ignoto

In via Adua i gatti non fanno passare le macchine

 

 

 

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da Film Blu, Krzysztof Kieślowski

da Film Blu, Krzysztof Kieślowski

 

Gli uomini benedetti da una morte improvvisa

nel luogo dell’ultima sbornia, la sera prima

Appoggiati al muro bottiglia in mano

roche e larghe risate senza denti né padroni

Ora nome e cognome imbarazzati appesi al muro

nere lettere e vocali per nessuna commozione

Tricicli in un autodromo. A ognuno i propri riti

nessuno dica quali sacri e quali no

Scarponi di Van Gogh, mostri di Picasso

fiori che sbocciavano a Guernica e 5000 bombe

Un gioco di numeri parole e fiori

Un gioco a mosca cieca o nascondino

Tutto fin dove sopravvivono matti bambini

ubriachi vecchi che per strada parlano da soli

 

***

 

Non è passato niente

dal suono della bocca a quello soffiato

dall’appartamento accanto. Niente

Le note del flauto danno la stessa musica

da anni immemori, stessa mimica domestica

passi voci azioni corpi odori riti nomi

Nei mesi battuti da dita malcerte

ottobre o novembre. Ora il canto torna

ma in voci rubate al muro, registrate

o da qualche frequenza radio

 

 

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Una questione di fedeltà

 

cementine

 

Cemento polvere di marmo pigmenti

dici perfetto il colore che cola a lato:

una questione di fedeltà

 

Cementine tavolo 3 sedie

così passiamo per la cruna tra i senza più parola

e questo pomeriggio, tra i primi del Novecento

un informe millennio e un caffè

 

Nel piano inferiore si liquefà

il mappamondo di legno scuro, l’ asse.

Plutoniche e mercuriali ci raggiungono

parole di altre latitudini

 

Mano che prendi la mano

avvicini alla terra, alle scarpette sulla ghiaia

continui ad aprire porte: – chiudi gli occhi!

 

Beato chi vede i mondi e chi li mostra

 

Ci venivo da piccola, i tuoi genitori sorridevano

non erano ancora una fotografia

 

Le giostre di periferia ammutoliscono

quando la festa finisce e viene notte

dormono in spiazzi immobili

 

Benedetto chi popola di grazia il silenzio

 

Così i tuoi ulivi malati vivono in altri semi

le stanzìe si preparano a conservare voci

reggono la casa che era e quella che sarà

 

Scrigno c’è scritto sul muro

mentre dici di cantori contadini e padri,

qui c’erano le loro voci

 

Per ultimi un pergolato e un pozzo, maioliche

sulla vetrata futura, poche olive a terra

Niente che la vita non contempli

 

 

 

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Per sempre

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Insieme alla croce e alla spada

consegnarono un principio estetico

fatto di minuzie e incisioni sottili  

dettagli invisibili e colori gemebondi

 

Così l’esicasta senza editti né vanto

dice: tenetevi la realtà delle cose

 

Così i figli del grande Nord usciti da messa

ritornavano nelle case di fango e paglia

camminando su lastre di ghiaccio

 

Più in là nel bosco, riparando nella lunga

e fulva barba del monaco ortodosso

le formiche trovavano Dio, la pace nel cuore

 

Sia preghiera e lode ogni sguardo

Ma anche queste parole torceranno in offesa

Ora che le parole non sono parole

ma prefabbricati tasselli di mondi cannibali

 

Se ci entri, dopo aver onorato le loro presenze

dai vicoletti bianchi e stretti

puoi raggiungere i vecchi mulini

le barchette congelate sui canali

ovunque grandi e piccoli utensili 

le scale scricchiolanti gelo

Nessun sinonimo di bosco o neve

 

O grigio delle cose umbratili

che una luce smunta spegne e accende

da rimesse invisibili

da cose ritenute scomparse

accadute per sempre

 

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Ciò che è stato visto

 

sedna-inuit

donna-foca

 

Solo un cane assiste alla creazione del giorno

abbaia lungo il viale senza suono né moto

spinge l’aria di latte contro le finestre chiuse

una sveglia senza risposta nel giorno che non ha padroni

 

Tu più di tutti sai di Parigi, quanto e cosa vale

ma qualcosa si è incagliata tra un boulevard

e la casa colorata, una ciocca dei tuoi capelli biondi

un lembo di gonna lunga con i fiori, l’ingombro di un uomo

e i suoi molti mondi indegni del tuo ago nelle vene

 

La determinazione, un progetto

quel procedere in corsa senza mai fermarsi

qualcosa di profittevole che desse garanzie al futuro

sopracciglia modellate autorevoli perfette

non scale che si avvitano in verticale e senza casa

sguardi lunghi distesi sui vicoli, su parole di fruttivendolo

“beati voi ingenui che credete nel bio”, ghirlande

di rosmarino e peperoncini della vecchia senza casa

né pensione, il pianto di un vedovo e di un bambino

 

Anche Bianciardi fu fermato a Milano dai gendarmi:

sostava sul marciapiede riflettendo con aria spaesata.

Trovarono la cosa estremamente preoccupante, pericolosa

 

Lo dice anche l’amore sciamano

non ci si strappa dalla propria pelle

né dal proprio mondo. Si resiste non più di 7 anni

il resto spetta agli spiriti dell’acqua

ti porteranno via dal cacciatore

ti restituiranno la pelle e il mondo.

Ti riporteranno a casa

 

Così le leggende si mescolano alla vita sacra della gente

e ciò che è stato visto è cammino

 

Certo, guarda, è domenica e siamo solo io e il cane

lui abbaia io scrivo. Ma chi può dire con certezza

che uno spirito-cane non sia un capo Nagai

 

 

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Fatto carne


Rami di mandorlo in fiore, V. Van Gogh

Rami di mandorlo in fiore, V. Van Gogh

      Non si sa sempre riconoscere che cosa è che ti rinchiude, che ti mura vivo,
che sembra sotterrarti, eppure si sentono non so quali sbarre, quali muri.

                                     (Cuesmes, luglio 1880, Vincent a Theo Van Gogh)

 

L‘altro emisfero è blu e biondo fulvo
per le soglie che vuoi superare e non vedi
per le soglie nascoste di cui sei mappa e stigma

Solcate, esse stesse ti hanno fatto solco
se il bello è sempre vero e il cappello di candele accese
è già l’infinito che muovi e ti smania
verbo o colore fatto carne

Comunque non so niente, dici. È un viaggio in ferrovia:
non si distingue nessun oggetto da molto vicino
e soprattutto non si vede la locomotiva.

Così tra il ferro dei binari i mozziconi perpetuano
nebbie scure e fraterne di un’umanità in disuso
che affranca nel tempo di un lancio la vergogna di esistere

È probabile che arrivi a Parigi alle 5 di mattina, avvisi

Poi una lettera in tasca, Auvers-sur-Oise, 27 luglio 1890
Mio caro fratello, vorrei scriverti a proposito di tante cose,
ma ne sento l’inutilità. E poi è vero,
noi possiamo far parlare solo i nostri quadri

Quando misero il corpo sul tavolo dopo il rifiuto del prete
alcuni dipinti non erano ancora asciugati

 

 

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In caduta libera

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Pierre Michon ha un gran da fare negli scantinati di Dio infiniti oscuri torbidi. La vita davanti a sé. Chiaro chiaro d’albume senza ossido le architetture dei formicai santi.
Francesco sott’acqua, il pesce che si trasforma in rana o cambia sesso.
Ale vuole tutti uniti ma è difficile, forse solo i morti.

Siamo in caduta libera dice Sax, stiamo ancora cadendo. Ma le streghe di Salem ma le tarantolate. Non può il diavolo ciò che all’uomo non è concesso. E così come per gli oracoli nemmeno il rogo o la disperazione confondono il coraggio, i no. Pall et Mall, pas mal, très beau monde vous marches vous marches vous marches très fort. Noi rompiamo le righe.

Non tacere di fronte alle mie pre_
Non c’è dimenticanza

Ma gli occhi tondi tondi, pesce, gli occhi che guardano fissi, ti fanno liberare dalla lenza.
Poi deposto il fucile, dato, regalato.

Magnificare e vedere

Qir, dalle mura del cuore

Come gli oracoli, non mente
Al modo dei putti conservano la rotondità delle guance
Alla maniera delle rose che scucite dal bracciale
Le rose che noi pazientemente ricuciamo
I pesci sono felici attorno al relitto
I pesci sono felici attorno alla Bettolina di Lazzaro
Come certi finali netti precisi senza sbavature
Come certi brividi

 

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