XV agosto

(-Il mondo è troppo distratto e noi soffriamo, diceva dai finestrini abbassati)

Lui ha le gambe gonfie. Nere e viola. Sta seduto col faccione bianco e 2 occhi-animali che scrutano il mondo che entra dalla porta. Non ce la fa ad alzarsi, le gambe nere e viola dovrebbero reggere un gran peso.

Vivereeee senza malinconiiiaaa, vivere senza più gelosiiiaaaa, senza rimpianti senza mai più conoscere cos’è l’amore. Ridere sempre così giocondo, ridere delle follie del mondo”. Canta canta e sorride mentre la cameriera che serve birre calzoni rustici gli si avvicina con un corpo di sirena e lui resta sempre lì, seduto, con le sue gambe nere e viola. E canta canta. Vivereeee senza malinconiiiaaa, vivereeee senza più gelosiaaaa.

Intanto l’asso è di denari e dentro c’è scritto Modiano Trieste. È ferragosto e noi siamo nel punto meno cool del mondo. Il mare di fronte fa quel che deve col cielo, tra Nettuno e carta da zucchero.

A tre a quattro passano gli anziani si sostengono si reggono, braccia imbrigliate attorcigliate, basta un orologio d’oro il bracciale della festa la piega ai capelli ed è festa. Accanto una coppia parla di Singapore mentre una donna caschetto biondo si pettina vicino la porta d’ingresso ma poi è un uomo che le stende i capelli coi palmi schiacciandoli, facendo pressione. Poi le afferra il volto e le dà un bacio.

L’ultima mano, a briscola, è sempre la più tosta, mentre un ragazzo abbraccia una chitarra e suona Toquinho. Un suo amico protesta e dice che è da sfigati stare lì a ferragosto, che si potrebbe andare in altre affollate marine e non questa piena di vecchi e gente un po’ così.

Vabbè, paga chi perde. Poi fuochi d’artificio a destra e a sinistra del faro. Mentre lui ricomincia a vivereeeee senza malinconiiiaaaa noi pensiamo che siamo nel cuore di un mondo non più distratto.

 

 

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Nel silenzio delle fiabe

 

Fontaine de Vaucluse, fotografia di Thomas Lamprecht

 

La resina ha succhiato legni

pietrischi zampette organismi

uni e pluricellulari foglie petali

lava che indurisce si fa gemma

centro di vita silenzioso

che il mondo rapisce e vende

rapisce e vende, e non si offende

la culla del sole sua unica ombra

immemore invetriata spicchio

mondo fisso innocuo

tregua di pioggia nei deserti

cono che illumini l’utile, Occhio

vampa senza assoli custodia scrigno

sacre e sporte vene di conifere

riposta urna di Vaucluse

nel silenzio di quelle lande

nel silenzio sacro delle notti

nel silenzio indisturbato

nel silenzio scuro delle fiabe

nel silenzio operoso fabbro

nel silenzio perpetuo dono

nel silenzio senza applausi

nel silenzio dell’estinzione

anello infine, e non al dito

 

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Il castello appena finito un’onda

l’ha sciolto, piange inconsolabile

così la tramontana scoperchia

mondi inadatti a queste lande

denti senza pace di lagomorfi

nessun legno riuscirà a fermarvi

c’era qualcuno quando ero solo:

inconsumato lamento del lemure

Lei al semaforo sorride sempre

pure a chi le dice quanto è brutta

Disegnate e fate nuovo il mondo

ma l’egida della legge non aiuta

Marina del santo, la sola intatta

ci metteranno mano e soldi

per rendere completa la fine

per alzare volumi su finti dialoghi

nell’unico silenzio ancora acceso

 

Dite a Geppetto di vendere la giacca

la bimba non legge non scrive non sa

Vi vede non vi riguarda, vi parla appena

 

 

 

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luna 33

 

Quando il braccio si allunga al cielo
un ragno scivola dal soffitto alla mano

lucerne agli angoli dei muri muschiati
fiscoli e macine di pietra 3 volte cinti

negli ipogei senza più uomini e animali
salnitri e didascalie di azzardati ospiti

altre vesti per i sussurri dei monaci
le loro celle inamidate a vuoto

fresche pagine che la calce salda
e l’amen vorrebbe liberate

tu sei altrove uomo del sicomoro
allunghi le braccia al solito muro

cibo per tutti mentre tutti avanzano
re che ordina: sedete qui e obbedite

più su la luna ti sfiora la gobba
gli occhiali neri non toccano altro

il tuo giorno in questi pochi passi
lanterna che sei per 4 gatti e un muro

non sai la luce che dai ai miei occhi
il richiamo della tua andatura

fuscello altissimo e leggero
che seguirei fino all’uscio scuro

avresti parole di piombo perfette
non di vento, profumate appena

 

 

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Maglioni e stivali sbirciano dalla poltrona

da sotto il letto, 40 gradi non li licenziano

confidano in un’occupazione in uno spazio chiuso

oltre l’ eterna differita il limbo il ritardo.

Meglio il mare pensano cose e bipedi

registrando nessuna variazione.

Sulla spiaggia un uomo fa voto di silenzio

la moglie non smette di parlare

su sedie immobili 2 figli guardano muti il mare.

Non sono come le imposte serrate dei conventi

la fedeltà dell’ombra contro i gradi del mondo:

certi frutti maturano a 40 anni e te li ritrovi addosso.

Ma oggi è meglio raccogliere iperico salvia

3 fave noci lavanda artemisia verbena

rugiada per la notte di Giovanni

coi canti che allontanano le streghe

il sale all’uscio, i ferri nel camino.

Contate, contate, arriverà l’alba

prima che finiscano i granelli

dal muro di una vecchia villa

ciuffi di capperi e fiori bianchi

improvvisi come la tua riflessione:

è buffo il ciclo della vita, il primo giorno d’estate

è l’ultimo con la luce più duratura.

Poi ti allontani cantando, non te ne farai un cruccio

Nemmeno io che vi spio tra la cornice e il quadro

 

 

 

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2 giugno XVII

 

Fotografia di Guido Macorini

 

La Repubblica casca nervosa
dalla pedana al piano delle monetine
l’edicolante prende sole e brucia
brucia con la piazza deserta del sabato
la gioia spaziosa dell’ospedale vecchio
le sue lingue srotolanti rettili e più in là
saette pendule e murate di fantasmi
psichiatrici. Altro daffare per le rondini
che aspettano grilli dalla facciata d’oro secco
ancora insetti e acqua. Vi prego, l’acqua.
Anche le liti dal muro hanno un giorno
di riposo, il sesto e il settimo di solito.
Forse non c’è nessuno.
Per strada gli occhi si stringono
hanno un’aria spaesata e ebbra
tra non molto saranno ingoiati dai neon
si distenderanno al fresco di imprecisate
condizioni. Non come i vecchi al mare
le pose invidiabili e le comodità estreme
tediate solo da no adulti verso piedini
frettolosi di toccare il mare.
La carrucola non oscura né sul pezzo
butta il secchio e lo rialza, ritorna
con acque cristalline, vite ancora vive

 

 

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Un chicco di riso

 


L’ uovo rotto non chiede alle mani
se sono soddisfatte o infastidite
se l’avevano previsto o è capitato

Aveva un modo pressoché uguale
di andare incontro agli addii
battendo i denti e non per il freddo

Stranissima la sua conoscenza
del mondo, annotò prima del congedo
da età dell’oro a età dell’abbandono

Anche il padre in quei giorni le raccontò
della figlia del nobile del paese
i suoi capelli neri e lunghi

fiorivano dalla finestra adagiandosi
per terra, lì dov’è finita una lacrima
mentre ripeteva che era proprio bella

Ma le cose che non guarderai più
non erano pronte all’abbandono
teste di ceramica agavi fiori morti

Da ora gli scorci, gli oggetti più nascosti
torneranno a un sonno indisturbato e greve
Le cose guardate che guardavano

la lumaca dalle spire contrarie
il becco del colibrì adattato al fiore
per raggiungere meglio la corolla

o gli umani dai passi leggeri
i cani dagli occhi sfuggenti
lane di cuscini allargate al sole

Le cose che non guarderai più
non erano pronte all’abbandono
nemmeno un acufene le sveglierà 

Ma Dio è buono dice l’indiana:
quando cerchi nelle tane dei topi
ti fa trovare sempre un chicco di riso

 

 

 

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I modi del mondo

 

Fotografia di Guido Macorini

 

Attraversa la strada con fiducia e timore.
Alza la mano, la spalanca, fissa la macchina in arrivo.
È lento, gambe lunghe e un bastone.

Si troveranno sulla stessa striscia, lui e il guidatore.
Il vecchio lo guarda negli occhi con calma, la calma di chi è libero da un cappio e ora vive nel paese dei senza fretta.
Lo ringrazia. Lo porterà tra le preghiere della sera. Tra compassione e invidia penserà all’uomo al volante. All’attraversamento.
Forse racconterà al gatto, o a un viso incorniciato sul tavolo, la bontà dell’uomo del paese con grande fretta, costretto per un istante a rallentare la sua corsa.

***

Non si stancano di chiederlo. La richiesta è la stessa.
Puntuale accanita battente ossessiva definitiva: Quando giochiamo?
È d’oro e granito questa domanda. Non c’è nulla che la ammacchi, la screpoli, la ossidi, distragga la sua fedeltà a se stessa. Basta rovesciare le costruzioni sul tavolo e la terra si apre a un nuovo principio, a una nuova Creazione.
Un brusio cosmico battezza ogni volta l’inizio del gioco, la festa.
Lì, tra quei pezzi, ogni volta ricomincia la vita.
Ma nessuno di loro crede ci sia mai stato un prima.

***

L’uomo veniva dalla terra senza felicità. Che non l’ha mai nominata, che non tende ad essa, che non sa che farsene.
Per ore e giorni, per notti intere e settimane, la disperazione accompagnò queste parole: come potrò fare a meno di questo. Separarmi da tutto questo. Come si può rinunciare ad essere felici. Il nome della donna era l’ultima parola pronunciata, prima di ricominciare.
Lei continuava a truccarsi, non piangeva, nemmeno lo guardava. Forse cantava, mentre lui metteva le sue cose nella valigia. Lui poi ha sceso le scale e ne ha risalite mille e mille, altrove.
Lei pure è scesa, partita. Ma è ancora lì, dentro quello specchio. Disegna altezze e curve di iniziali, profili di lontane orografie. Ricami di mappe e sismi, di passi ripetuti e attese di banchine.
Fedele come si resta fedele a una lingua, a un no.
Lei pure è scesa.

***

I giocolieri devono fare tutto velocemente. Anche gli sputafuoco.
Nessun errore è concesso. Nessuna caduta, nessuna distrazione.
Tutto perfetto e convincente prima che scatti il verde.

 

 

 

 

 

 

 

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Il giorno del riposo

               

Christian Schloe

                                 
                                                   a Lucetta e Marco

Ma lui che è silenzioso
pure non lo è tanto
Chi è entrato nella stanza?

Nessuna anticamera nessuna avvisaglia
chi abbiamo salutato al crocevia
chi era, chi sei luogo che abbiamo abitato?

Nell’inorganico convertita compassione
nel paesaggio, nell’imperfetto che archivia il mondo
fumi cechi che ancora guardate con amore

Muro sbrecciato, legno che il gatto rosicchia
nello spazio intrattenuto e sordo

ride veloce della serietà senza ricompensa

Il topo dal cappello d’oro più grande di lui salta e salta
sua spiegazione inconfessata mai ferma non sarà oggetto di dettato
nella sala mondiale, nello schermo

Cardo acacia acanto cinciallegra colibrì sfinge del galio
farfalla-gufo il tuo ocello non guarda il mondo
è delizioso il tuo minuscolo panorama, il tuo nettare

O silenzio o lentezza o entropia dell’Universo
o stupore di fatti muti, raggi luminosi
senza macchia, dativi del mondo

O scoperti orizzonti scoperchiati esseri
o ripetuti esercizi di cammino e sopravvivenza
se la terra è ormai una crosta ed è inutile arare

Quanto è detto nella lingua degli umani

 

 

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“Alcune forme propagandistiche, in perfetta armonia con le vigenti regole post-post-moderne, lanciano moniti apocalittici come “nulla è per sempre”. Queste forme di frammentazione della vita, della gioia, rivendicano un “qui e ora” che è da stolti.
Il godimento del presente a discapito dell’apertura verso il futuro (attenzione, non dico “programmazione”, ma dico apertura, potenzialità) equivale a una vita basata su un’emotività sensoriale nebulosa, sull’istinto, sul godimento immediato: una vita che per essere compresa finisce ingabbiata solo dal vissuto”

                                                                              (26 aprile 2017, da una lettera ricevuta)

                                               

                                    a L. M.

 

Selenio nell’acqua e silenzio

bimba che non anneghi

bimba che non nuoti

caldo o freddo è indifferente:

sei senza salvagente. Un viraggio

non salva il Dio in fuga dagli altari

dai muri dai calici. Date ai venti i venti,

dice, vento al vento

Nessun simbolo scampo inchiostro

l’oblò macina vestiti

lancette spengono voci

nessun colore ne esce vivo

solo allarmi finti. Vite nelle bocche

assiepate, audience dei morti.

Mondovisione che incenerisci il mondo.

Voce di vecchio che il tg delle 13

pialla ammutolisce. Ruspe. Ruspe.

O storie della storia senza dicitura.

O racconti che incendiavano notti e stanze buie.

O parole dei nonni. O totale sterminio.

Qualche non plausibile vita appena.

O animiche flotte amiche brucianti

o miti perfetti impossibili, senza ausilio

né pieghe lo stendardo per la liberazione

che non viene, che non viene.

O flotte insensate, zavorre di ombrelli

nel giorno di sole, landa senza volontà

reiterata questua senza fiducia,

imbandita ossificazione umana.

Nella forra dei non appartenuti

anche i fratelli diventano ombre

nessun giuramento tiene viva la parola

che la carpa obesa ingoiò nell’acqua di aprile,

nei giardini che sappiamo, prima, prima

che frantumazione deponesse sue uova

 

 

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