2 giugno XVII

 

Fotografia di Guido Macorini

 

La Repubblica casca nervosa
dalla pedana al piano delle monetine
l’edicolante prende sole e brucia
brucia con la piazza deserta del sabato
la gioia spaziosa dell’ospedale vecchio
le sue lingue srotolanti rettili e più in là
saette pendule e murate di fantasmi
psichiatrici. Altro daffare per le rondini
che aspettano grilli dalla facciata d’oro secco
ancora insetti e acqua. Vi prego, l’acqua.
Anche le liti dal muro hanno un giorno
di riposo, il sesto e il settimo di solito.
Forse non c’è nessuno.
Per strada gli occhi si stringono
hanno un’aria spaesata e ebbra
tra non molto saranno ingoiati dai neon
si distenderanno al fresco di imprecisate
condizioni. Non come i vecchi al mare
le pose invidiabili e le comodità estreme
tediate solo da no adulti verso piedini
frettolosi di toccare il mare.
La carrucola non oscura né sul pezzo
butta il secchio e lo rialza, ritorna
con acque cristalline, vite ancora vive

 

 

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Un chicco di riso

 


L’ uovo rotto non chiede alle mani
se sono soddisfatte o infastidite
se l’avevano previsto o è capitato

Aveva un modo pressoché uguale
di andare incontro agli addii
battendo i denti e non per il freddo

Stranissima la sua conoscenza
del mondo, annotò prima del congedo
da età dell’oro a età dell’abbandono

Anche il padre in quei giorni le raccontò
della figlia del nobile del paese
i suoi capelli neri e lunghi

fiorivano dalla finestra adagiandosi
per terra, lì dov’è finita una lacrima
mentre ripeteva che era proprio bella

Ma le cose che non guarderai più
non erano pronte all’abbandono
teste di ceramica agavi fiori morti

Da ora gli scorci, gli oggetti più nascosti
torneranno a un sonno indisturbato e greve
Le cose guardate che guardavano

la lumaca dalle spire contrarie
il becco del colibrì adattato al fiore
per raggiungere meglio la corolla

o gli umani dai passi leggeri
i cani dagli occhi sfuggenti
lane di cuscini allargate al sole

Le cose che non guarderai più
non erano pronte all’abbandono
nemmeno un acufene le sveglierà 

Ma Dio è buono dice l’indiana:
quando cerchi nelle tane dei topi
ti fa trovare sempre un chicco di riso

 

 

 

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I modi del mondo

 

Fotografia di Guido Macorini

 

Attraversa la strada con fiducia e timore.
Alza la mano, la spalanca, fissa la macchina in arrivo.
È lento, gambe lunghe e un bastone.

Si troveranno sulla stessa striscia, lui e il guidatore.
Il vecchio lo guarda negli occhi con calma, la calma di chi è libero da un cappio e ora vive nel paese dei senza fretta.
Lo ringrazia. Lo porterà tra le preghiere della sera. Tra compassione e invidia penserà all’uomo al volante. All’attraversamento.
Forse racconterà al gatto, o a un viso incorniciato sul tavolo, la bontà dell’uomo del paese con grande fretta, costretto per un istante a rallentare la sua corsa.

***

Non si stancano di chiederlo. La richiesta è la stessa.
Puntuale accanita battente ossessiva definitiva: Quando giochiamo?
È d’oro e granito questa domanda. Non c’è nulla che la ammacchi, la screpoli, la ossidi, distragga la sua fedeltà a se stessa. Basta rovesciare le costruzioni sul tavolo e la terra si apre a un nuovo principio, a una nuova Creazione.
Un brusio cosmico battezza ogni volta l’inizio del gioco, la festa.
Lì, tra quei pezzi, ogni volta ricomincia la vita.
Ma nessuno di loro crede ci sia mai stato un prima.

***

L’uomo veniva dalla terra senza felicità. Che non l’ha mai nominata, che non tende ad essa, che non sa che farsene.
Per ore e giorni, per notti intere e settimane, la disperazione accompagnò queste parole: come potrò fare a meno di questo. Separarmi da tutto questo. Come si può rinunciare ad essere felici. Il nome della donna era l’ultima parola pronunciata, prima di ricominciare.
Lei continuava a truccarsi, non piangeva, nemmeno lo guardava. Forse cantava, mentre lui metteva le sue cose nella valigia. Lui poi ha sceso le scale e ne ha risalite mille e mille, altrove.
Lei pure è scesa, partita. Ma è ancora lì, dentro quello specchio. Disegna altezze e curve di iniziali, profili di lontane orografie. Ricami di mappe e sismi, di passi ripetuti e attese di banchine.
Fedele come si resta fedele a una lingua, a un no.
Lei pure è scesa.

***

I giocolieri devono fare tutto velocemente. Anche gli sputafuoco.
Nessun errore è concesso. Nessuna caduta, nessuna distrazione.
Tutto perfetto e convincente prima che scatti il verde.

 

 

 

 

 

 

 

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Il giorno del riposo

               

Christian Schloe

                                 
                                                   a Lucetta e Marco

Ma lui che è silenzioso
pure non lo è tanto
Chi è entrato nella stanza?

Nessuna anticamera nessuna avvisaglia
chi abbiamo salutato al crocevia
chi era, chi sei luogo che abbiamo abitato?

Nell’inorganico convertita compassione
nel paesaggio, nell’imperfetto che archivia il mondo
fumi cechi che ancora guardate con amore

Muro sbrecciato, legno che il gatto rosicchia
nello spazio intrattenuto e sordo

ride veloce della serietà senza ricompensa

Il topo dal cappello d’oro più grande di lui salta e salta
sua spiegazione inconfessata mai ferma non sarà oggetto di dettato
nella sala mondiale, nello schermo

Cardo acacia acanto cinciallegra colibrì sfinge del galio
farfalla-gufo il tuo ocello non guarda il mondo
è delizioso il tuo minuscolo panorama, il tuo nettare

O silenzio o lentezza o entropia dell’Universo
o stupore di fatti muti, raggi luminosi
senza macchia, dativi del mondo

O scoperti orizzonti scoperchiati esseri
o ripetuti esercizi di cammino e sopravvivenza
se la terra è ormai una crosta ed è inutile arare

Quanto è detto nella lingua degli umani

 

 

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“Alcune forme propagandistiche, in perfetta armonia con le vigenti regole post-post-moderne, lanciano moniti apocalittici come “nulla è per sempre”. Queste forme di frammentazione della vita, della gioia, rivendicano un “qui e ora” che è da stolti.
Il godimento del presente a discapito dell’apertura verso il futuro (attenzione, non dico “programmazione”, ma dico apertura, potenzialità) equivale a una vita basata su un’emotività sensoriale nebulosa, sull’istinto, sul godimento immediato: una vita che per essere compresa finisce ingabbiata solo dal vissuto”

                                                                              (26 aprile 2017, da una lettera ricevuta)

                                               

                                    a L. M.

 

Selenio nell’acqua e silenzio

bimba che non anneghi

bimba che non nuoti

caldo o freddo è indifferente:

sei senza salvagente. Un viraggio

non salva il Dio in fuga dagli altari

dai muri dai calici. Date ai venti i venti,

dice, vento al vento

Nessun simbolo scampo inchiostro

l’oblò macina vestiti

lancette spengono voci

nessun colore ne esce vivo

solo allarmi finti. Vite nelle bocche

assiepate, audience dei morti.

Mondovisione che incenerisci il mondo.

Voce di vecchio che il tg delle 13

pialla ammutolisce. Ruspe. Ruspe.

O storie della storia senza dicitura.

O racconti che incendiavano notti e stanze buie.

O parole dei nonni. O totale sterminio.

Qualche non plausibile vita appena.

O animiche flotte amiche brucianti

o miti perfetti impossibili, senza ausilio

né pieghe lo stendardo per la liberazione

che non viene, che non viene.

O flotte insensate, zavorre di ombrelli

nel giorno di sole, landa senza volontà

reiterata questua senza fiducia,

imbandita ossificazione umana.

Nella forra dei non appartenuti

anche i fratelli diventano ombre

nessun giuramento tiene viva la parola

che la carpa obesa ingoiò nell’acqua di aprile,

nei giardini che sappiamo, prima, prima

che frantumazione deponesse sue uova

 

 

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Rosa di nessuno

 

 

Dove nemmeno le scarpe hanno posto, o genti animate del mondo vivo, o morti.

Ma i luoghi del principio ineffabile, della perfetta comunione, Foresta Nera, lago di

Cornino, Tagliamento, Place des Vosges, vicoli di Salisburgo, luce e ostelli di Lubiana,

macerie di Šmartno, aspre facciate di Barcellona e bettole salmastre, casette di Colmar,

anatre e carpe di Porta Venezia, minestre e mantelli di Friburgo, cattedrali gotiche,

ocra e neve di via Crocefisso.

Qui nell’ora dei tempi senza ore. Ore infime, anche gli emuli sono indegni.

***

Di facile fruizione di facile reperibilità di facile credibilità

menzogne menzogne menzogne le vostre belle facce, signori perbene,

le vostre adunate le vostre facce toste. Se mi vedete accanto a qualcuno

è per caso. Io sono colei che arriva sola e sola se ne va.

Ma sbrigatevi, le vetrine sono affollate e zeppe, non c’è più spazio,

sgomitano e scalciano, quelli di dietro i peggiori,

i più convinti e accaniti, meglio farli passare, dargli un nome.

***

O tu che affondi polpastrelli e unghie nella carne e fai di questo fatto, luce.

La luce che respingono e denigrano.

***

Accudite con devozione i vostri compagni di cella, di open space

di casa in centro, di pollai, drogati di gioventù prolungata

con belletti di polvere e cene finto-estreme. I vostri miti vi schifano.

Vi schifa la vostra droga senza ferocia.

 ***

Tu prendi la luce e la trasformi. Verde occhio attento che prendi luce

ne fai fatto concluso, un giardino nero, un’ultima cena, un requiem,

La luce tua che respingono e denigrano. Acqua di Millet, primavera buia.

 ***

Con la D è crescente con la C cala, al primo spicchio guardala e toccati i capelli

consacri così l’abbondanza che unisce i regni, la fortuna.

Queste parole antiche, nonna. Madre. Sono io che le tengo vive.

***

Una ciocca sul petto, poi l’angelo gravido, noix de coco, vola dal quinto piano.

Anche la fine ha odore di rosa e promessa.

Ricordi la risposta? – Lei è convocato, lei è atteso. Fino alle braci di raso.

Fino alla ritrovata eternità. O acque della Senna o Pont Mirabeau.

O candele che supplite i fuochi. O rosa di nessuno.

 

 

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Senza parole

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benvenuti

c’è posto

pausa pranzo

pausa pranzo 1

belvedere

o mare o porte

finché morte non ci separi

avanti, prego

prima che sfarini

senza mercanti

desiderio

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Tu che muovendo il mondo

 

È così che pure sopravviviamo

Tu che muovendo il mondo taci

Inespressa sostanza che fai luce

Nel nulla che continui a benedire

Benedetta non detta forma

Che continui a benedire

Benedetta non detta forma

Che continui. Benedetta

E non più lodata, che continui.

Così dipani l’ombra

Il dominio del non amore

Ancora sorgere e imbrunire

Nel buio che si è fatto, intero

E tremi ancora, e tremi

Ancora scandisci stagione e ora

Rondine e letargo. Continui ancora

Nel modo che l’amore ha di darsi

Pure senza amore

 

 

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Nomi

 

Nei colori sottili delle carte topografiche

tra fiumi, boschi, mirti, mandorli, muretti a secco,

rinvenire – forse – la mappa, la casa di questi arti,

o nei punti che disegnano costellazioni.

Un muro magari che aspetta da mille e più anni

i fedeli canti. O nei disegni in controluce

delle primavere dei ragni tra uno stelo e l’altro.

Un occhio alla finestra arrugginita

che ricordi il nome e il nome invochi

nei modi che ha la giovinezza di infilare per intero

in un gettone di biliardo la sua armatura.

Perché qui anche i fratelli sono lontani.

Appaiono di notte i loro nomi,

tenaglie appese al muro di una casa vuota

 

 

 

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Wu Wang o nostra signora dei fiori

 

25, Wu Wang- L'Innocenza

25, Wu Wang- L’Innocenza

 

L’ Occhio perfetto di Nostra Signora dei fiori

muove il monte fermo il viandante il matto.

Ma il fuoco che divampa, il possesso e l’ascia

non fanno il cuore lieto e con la prima freccia

cade il fagiano e con l’amore di funambolo

una bancarella sulla Senna. Giri di lumaca

ritornata sul soffitto e messaggi insondabili,

forse di salvezza forse no. Di certo è al caldo,

come l’occhio che vede prima le cose di poi,

come coperte all’uncinetto delle nonne

come il nobile tiene lontano l’ignobile

il marmo si trasforma in acqua al civico 19/21.

Dice vieni e crollano dai cieli velati scalpelli.

Dice chiara farina di città e stagione delle stagioni

infanzia lucida delle foglie di quercia nelle piazze

colonne joniche su abbai e cispose ville incolte

per le pupille fisse dei matti, per i cancelli

arrugginiti, per la muffa e le crepe sulle foto.

Per gli occhi che tagliano. Non altro

rispetto a ciò che le è stato detto e dato.

 

Qualcuno nei pressi di Porta Napoli chiede:

ti ricordi della neve?

***

Le radici degli alberi lungo la provinciale

sollevano il manto stradale, lo solleveranno.

Le gazze aspettano nessun vento per spiccare il volo.

Boschi e montagne hanno la memoria dei cani.

Ricordano, ricorderanno. Solo l’intelligenza

dei bambini sa e regola il mondo perfetto

lego e puzzle che orchi smembreranno,

separeranno. Beati quelli che pur non avendo visto.

Noi attorno a un braciere, credevamo.

Era il giorno prima della cronaca, dei corvi, dei ladri.

Il giorno prima della versione dei monatti

 

 

 

 

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