Senza parole

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benvenuti

c’è posto

pausa pranzo

pausa pranzo 1

belvedere

o mare o porte

finché morte non ci separi

avanti, prego

prima che sfarini

senza mercanti

desiderio

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Tu che muovendo il mondo

 

È così che pure sopravviviamo

Tu che muovendo il mondo taci

Inespressa sostanza che fai luce

Nel nulla che continui a benedire

Benedetta non detta forma

Che continui a benedire

Benedetta non detta forma

Che continui. Benedetta

E non più lodata, che continui.

Così dipani l’ombra

Il dominio del non amore

Ancora sorgere e imbrunire

Nel buio che si è fatto, intero

E tremi ancora, e tremi

Ancora scandisci stagione e ora

Rondine e letargo. Continui ancora

Nel modo che l’amore ha di darsi

Pure senza amore

 

 

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Nomi

 

Nei colori sottili delle carte topografiche

tra fiumi, boschi, mirti, mandorli, muretti a secco,

rinvenire – forse – la mappa, la casa di questi arti,

o nei punti che disegnano costellazioni.

Un muro magari che aspetta da mille e più anni

i fedeli canti. O nei disegni in controluce

delle primavere dei ragni tra uno stelo e l’altro.

Un occhio alla finestra arrugginita

che ricordi il nome e il nome invochi

nei modi che ha la giovinezza di infilare per intero

in un gettone di biliardo la sua armatura.

Perché qui anche i fratelli sono lontani.

Appaiono di notte i loro nomi,

tenaglie appese al muro di una casa vuota

 

 

 

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Wu Wang o nostra signora dei fiori

 

25, Wu Wang- L'Innocenza

25, Wu Wang- L’Innocenza

 

L’ Occhio perfetto di Nostra Signora dei fiori

muove il monte fermo il viandante il matto.

Ma il fuoco che divampa, il possesso e l’ascia

non fanno il cuore lieto e con la prima freccia

cade il fagiano e con l’amore di funambolo

una bancarella sulla Senna. Giri di lumaca

ritornata sul soffitto e messaggi insondabili,

forse di salvezza forse no. Di certo è al caldo,

come l’occhio che vede prima le cose di poi,

come coperte all’uncinetto delle nonne

come il nobile tiene lontano l’ignobile

il marmo si trasforma in acqua al civico 19/21.

Dice vieni e crollano dai cieli velati scalpelli.

Dice chiara farina di città e stagione delle stagioni

infanzia lucida delle foglie di quercia nelle piazze

colonne joniche su abbai e cispose ville incolte

per le pupille fisse dei matti, per i cancelli

arrugginiti, per la muffa e le crepe sulle foto.

Per gli occhi che tagliano. Non altro

rispetto a ciò che le è stato detto e dato.

 

Qualcuno nei pressi di Porta Napoli chiede:

ti ricordi della neve?

***

Le radici degli alberi lungo la provinciale

sollevano il manto stradale, lo solleveranno.

Le gazze aspettano nessun vento per spiccare il volo.

Boschi e montagne hanno la memoria dei cani.

Ricordano, ricorderanno. Solo l’intelligenza

dei bambini sa e regola il mondo perfetto

lego e puzzle che orchi smembreranno,

separeranno. Beati quelli che pur non avendo visto.

Noi attorno a un braciere, credevamo.

Era il giorno prima della cronaca, dei corvi, dei ladri.

Il giorno prima della versione dei monatti

 

 

 

 

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La tua pazienza ti avvicina alla luce

 

In coro in ciancia in ciarla

 

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Ella

 

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E poi per far fronte a Ella
già nata a spalle strette strette
chiuse, a stento agìta a corsi
e ricorsi, corridoi di silenzi
galassie di catasti informi
deliziose gravità che pure
immaginavi prensili dall’oblò
della pagina che promette tutto
prima che l’uomo perdesse la presa
il dito che afferra la clava la preda
il giornale la penna l’amore
la fricativa appesa all’addentata vi
ta,
Ella,
addentato niente, presa per sempre
persa,
far fronte al mostruoso e santo
mondo, sua dislessia epilessia sua confusione
da quel lettino aperto che tutti siamo stati,
farci poi a guisa di sorgente capovolta
in coro in bar in ciancia in ciarla,
cavalieri di malto e di tabacco
per ben masticare senza fretta pane
e feccia, nel pan per focaccia globale
nella mise en scène di perle ai porci
nella mise en scène globale, all’ideale
nostro offerto poi impiccato all’asse
kebabbaro: pur sempre sorridenti
pur sempre conviviali, chiaro

 

 

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Lettera

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Lo ricordo bene il silenzio del primo bosco, così profondo che vedevo le impronte del pettirosso e la direzione che il vento snodato e mite dava alle formiche.
L’occhio si accorgeva di movimenti impercettibili e suoni precisi o lontani, visioni su una tela nivea. C’erano attrezzi spaventosi e fissi, forse per la legna.
Qualcuno da queste parti si fa chiamare boscaiolo e abita qui vicino, mi dicevo.
Faceva la paura che il bosco fa nelle pagine delle favole scure, guardare più in là metteva i brividi, trama fitta di tronchi, abbagli improvvisi di luce e voci di creature nuove. Sapevo di starci dentro, sono nata per questo momento pensavo, quindi non mi voltavo per assicurarmi della tua presenza.
Per quanto l’aria si facesse nera andavo, il picchio mi stordiva e incoraggiava fino a quando ho capito che ero sola, e ho cominciato a trasformarmi in corteccia insetto muschio foglia tana becco.
Una di quelle cose che il bosco non può temere e fa addormentare lì, ai suoi piedi.

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I giorni della neve

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(Nessuno sa nessuno vede
Guarda il cielo)

Rit. Più veloce della luna quando cala
la neve se n’è andata e più veloci
della neve certi passi a tramontana

Ago filo nozze d’oro
astri dell’inizio con ritratto
bottoni sparsi bottoni allungati
nell’incerto obbedire dei giorni
ago filo silenzio e neve
patria che ritorna mette pace
nome trattenuto in bocca
pronunciato taglia l’aria
il cielo che guarda è buono
muta e non muta, si muove
fisso, è buono. Le sante alture
il ritorno degli occhi ai passi
Esultate donne di Betania
il nuovo mondo cammina
non sarà mai più freddo
per via del decoro eterno

Più veloce della luna quando cala
la neve se n’è andata e più veloce
della neve certi passi a tramontana

La donna che vede la neve
da latitudini non sue, ripara
nelle forme che ritornano
dai vetri di bottiglia e danza
una danza solo sua di una neve
che non è la stessa e dimentica
per un tempo da bruciare
la vecchia da accudire
un’altra assenza e storia
per un brindisi estraneo
caduto nell’esilio tra gli ulivi

Più veloce della luna quando cala
la neve se n’è andata e più veloce
della neve certi passi a tramontana

No, signora signorina non ci siamo
di che parliamo? Bianco o nero?
La grafite non è mai così appuntita
e la cruna non si arrende a un filo
si rilassi invece e guardi la città
che si arrotonda, come piove gialla

Pioggia silenzio cielo buono
ancora sfuggi all’uncino del tiranno

 

 

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Compimento, per Eclisse senza cielo

Angelo senza cielo, Romano Sambati, 2011

Romano Sambati, Angelo senza cielo, 2011

Romano Sambati, Angelo senza cielo 2, particolare

Romano Sambati, Angelo senza cielo, particolare

 

           a Romano Sambati
e Carlo Michele Schirinzi

 

(L’alloro è contento
in pasta piccola piccola
olio sopra, 
compimento)

***

O cilicio o grazia

o cornucopia di crepe

o raccolto senza raccolto

mal nato involuto tempo

perfetto atto in perpetuo

albescente respiro, compimento

Tiro di sigaretta, in fine

Tu riposi in occhio che sfiata

spinge sfonda inabissa

Mondo a latere corpo a corpo

a latere, a piè di altrui pagine

mano tua su neve difesa neve 

o ruggine o cieli o crateri

o cenere lupi agnelli gessi

spatole lame e malaluna

e fionda opale e poi opale

in tacita messe e lattescenza

per dire tensione tremenda

in sole colature di eterno

e stremo corpo a corpo

di Elementi in dio rami deserti

in resistenza antica lampada

pigmento fuoco e acqua

fuoco e acqua compimento

e tu ripeti tremenda tensione

all’occhio che sa e fa dell’atto

atto a fuoco – gelo – infinito resto

 

 

 

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Luce

fou

 

Non capite, la ferita è luce

la morte compagna

voi non capite, ripeti

 

il mondo che non vivi

ti fa immenso, la grotta

il freddo la lentezza

 

respiro immacolato perfetta parola

lo sciacallo non si avvicina

numero maestro, gemello

 

tu conservi la lingua degli amanuensi

del Dio scuro e di quello misericordioso

tu spada e miele, agnello e serpente

 

di croce in croce di città in città

di casa in casa di cena in cena

la tua sete – qui – non ha sorgente

 

Giovanni il lampionaio padre di Lucia

con una fiaccola illuminava il mondo

Così era, e luce teneva luce

 

Chiudi piano la porta, l’ascensore

riconosco i passi che non fai sentire

il modo che ha la grazia di resistere al mondo

 

Per questo ci siamo conosciuti

silenziose voci e passi invisibili

per questo non possiamo separarci

 

Il modo di far tacere le rovine

due armonie due silenzi due fuochi

l’occhio della vita inginocchia il mondo

 

 

 

 

 

 

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