Pino Loricato

                         a Isabella Morra

Viene neve e ti solleva
un puntino infine, nero,
lassù, resistenza ai faggi 
obbedienza al cielo.
Tu dato per intero
non due volte falso
rivolo di pioggia nell’esilio
memoria trattenuta ai rami
soglia di casa che ricordi
luce fioca oltre il vetro
per sempre rosa il giardino.
Nostalgia di tutto, di qualcosa.
Solo croci e nuvole. Croci e nuvole.
Giù buche roditori insetti
vive il sottosuolo,
i veloci musi.
Poi un silenzio si fa corpo
muove la lanterna
l’ulivo senza sepoltura

Morra che il vento ritorna
Morra che il vento ritorna
Morra che il vento ritorna

 

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L’impero che si tace

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Zeus Faber

Pesce solitario, dice Wikipedia.
E cosa potrebbe volere
oltre la compagnia di chi per sempre
gli ha macchiato i fianchi con due dita.
Zeus Faber si chiama. Dio l’ha toccato

 

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L’impero che si tace

 

L’Impero che si tace è la radiografia del mondo muto, ciò che vive nascosto ai vivi.
Cose e insetti, finestre di case abbandonate, attrezzi agricoli, cancelli arrugginiti
di borghi abbandonati. G
iardini e vicoli nascosti di Trieste, Ginevra, Praga, Milano, Parigi, Lubiana, Lecce, Udine, Friburgo, Cividale del Friuli, Alsazia.
Val d’Arzino, Val Resia. Pozzis.

Boschi. Ombre. Neve. Fotografare un fantasma.
Impero delle inesauste provvidenze, fiato di Dio che picciol cosa indica, infiamma di segreti e improvvise vicinanze.
Mondo fatto piccolo. Boule de neige.
Il macro azzittito da traiettorie di formiche, suoni e colori dal mondo vegetale, gesti minimi, esistenze marginali. A Cividale l’uomo nel cortile costruisce la sua bara, il prete rivolge l’andate in pace a una chiesa vuota. Il francescano spala neve a piedi scalzi.
La vita non è il mondo e nell’Impero la vita si impone su di esso.
L’impercettibile come braccio d’Aleph ricongiunge cielo e terra, natura e umanità. Ristabilisce nell’attimo una intemporale cosmica armonia.
Nella seconda sezione, Amnistie, si registrano fatti e voci della vita mentre vive, la vita quando accade. Sgovernata, sgrammaticata. È la strada e non prende fiato: senza padroni, ribelli, ubriachi, folli.
Les analphabètes.

 

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L’autunno cercato

 

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Un occhio non dorme, per lui cresce la pianta

veglia la banda di patrona spodestata

preserva il cuore dal rogo

Mary lo porterà, è suo

Versilia testimone e culla.

***

Prima dell’estinzione, Alejandra

di tutte le rovine possibili

prima della progenie data al niente.

Viene il settimo giorno, il silenzio perfetto

illude l’aria il giardino non risorto.

Le altissime mura dei Misteri

ora spianate senza orizzonti

unico affaccio dei molluschi globali.

Come per il maiale, dicono

della vita non si butta niente.

Un coro denso dallo stadio

fa tremare l’aria

in pochi sanno che a vincere

è la squadra avversaria.

I più esultano per motivi

che venti fiochi dileguano

scivolano cadono non stanno dritti

nemmeno per i figli hanno un nome

ma loro urlano cantano ridono raggianti

dicono di essere i campioni del mondo.

***

Mostar, i melograni non hanno fatto la tua fortuna

le moschee i ponti i gatti l’ardore del muezzin

il ’94 unica data di morte del giovane cimitero

***

Come su una nave dopo la tempesta:

alle prime luci sciamiamo sul ponte

a salutare il nemico di qualche ora fa

 

 

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      Pungola morde sbuca dalla radio dice che è il nono del 2009 l’ottobre di 4 anni prima non gli importa l’aggiunta all’abaco della decina, se ne fotte, sa: non sei oltre quell’odore, la scala il bosco le … Continua a leggere

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Non so il tempo che abitiamo

quale casa accoglierà i nostri muri.

Gli angeli di Norimberga

se c‘è vento fanno girotondi.

Tu abiti la bocca della neve che brucia

conosci i disegni degli alberi nel cielo

la propensione del giglio selvatico

a guardare dalle dune l’eterno passeggio,

la breve vita delle Effimere

il loro goffo volo

il modo che hanno i morti di esserci fratelli.

 

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Eppure siamo stati epica e canto

senza ozio i piedi nei basolati di agosto

su una zattera d’alga per tutta la vita

come Arlecchino dei Sargassi

nostra dura lingua e frutti cardinali

tristi e tenere genealogie

commossi a guardarle

come fossero storie d’altri

le nostre, ordito legami attese

ancora in piedi racconto e lingua madre.

Estate disegno spietato di sangue

nomi voci liti in casa dei padri

romanzi russi in terra senza interlocutori

inevitabilità di genesi e tramandato

karma scomodo qualche salvezza appena

ma sapevamo da dove scappare

cosa volere e cosa no. Il treno quella notte

andò oltre la tua nuova città,

dopo i Pink Floyd dormivi stremato

tra i fumi d’Emilia e la vita goliarda.

Il furetto cercava pace, minata pace,

miraggio, casa d’altri. Quella era guerra

e vita. Ora non continuo, e nemmeno voi.

Spersi e morti, perfino i vostri cognomi

vi sono estranei. Il gatto, appena, ancora.

Il pesce che vola. E poi, dopo.

Dopo i papaveri il mare

dopo il mare la pioggia

dopo la pioggia il bosco. Muti.

 

 

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Astice

Una chela è più grande, afferra blocca

l’altra a seghetto trancia, dilania il centro.

Ore eterne, battesimi di luce

canestro al dio che si era, offerta.

Non ho permesso io al morso di allentare

all’imprevisto ritornare a zero

cieco e senza arredi a conforto

senza niente. Sopravvissuti, immobili

ogni cristo ogni angelo ci deve una leccata

alla maniera delle gatte coi gattini

trasformarci in oggetti di pietà

accolti, amati almeno sul finale

una tregua, una concessa dignità

se un grembo è tanto almeno un varco

un rifugio, una carezza appena

 

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S.granata da zucchero

La festa

Inizio e fine non contano

trapassate remote acque

fanno nuova la casa del pesce

non muri e gran circolo d’acqua.

Muoviti, nessuna zavorra

un punto cardinale sposa l’altro.

Apre nessuna proprietà il cancello,

un silenzio forse. Dici caciole

mormore e salicornia nel punto

dove il sole sbriciola la luce

e brilla di sé il creato, lì

dove passa l’umana redenzione

 

 

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