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Sorridere, chiedere a chi resta come stai,

come nessuno fosse mai scomparso

***

C’è un pavimento in cotto

in qualche casa dell’infanzia

uva sospesa tra sciabole di raggi

un cespo di luce ambra.

Rosa di guance senza maschere,

eredità bianchissima di denti

***

Alla coda il capello muove l’occhio,

attorno il tavolo, il divano

i mobili del mondo.

Aspetto che anche i miei passi

facciano rumore

***

In via Villalta c’è sempre silenzio

solo l’acqua della roggia lo muove.

La pioggia, sempre dalla nostra.

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L’alba d’inverno negli alberghi del Nord

mari fermi lontani quieti

qualcuno si adopera muove cose ripara.

Casa mondo giardino composti ricomposti

fuga di porta feritoia ciò che non tiene

olio lampante biascica ronza preghiere

mondi non mondi non trovano requie.

Dite alla bambina di lasciarne una,

le ciocche sulla fronte che vuole raccolte per intero,

un monito un uncino un non ti scordar.

Non farli arrivare alla fronte pura

resti uno stigma che dica e ridica

non vi appartengo, io sono un paesaggio

 

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Bambinate

Nessuno sa come accada. Le azioni le parole i pensieri che portano ad averla. Resta che in tutte le città, le case, ti ritrovi con questa sorta di coinquilino coatto. Uno stalker o un salvavita. Una di quelle cose che nel tempo si trasforma senza cambiare. Come il viso di un adolescente, uguale a quello tuo o di un tuo amico di allora. Il passato e quello che siamo stati sembrano moltiplicarsi in una eterna ripetizione che fa di tutte le storie la stessa storia, di tutti i ragazzini un ragazzino, di tutti i Tadzio del mondo lo stesso Tadzio, di tutte le infanzie la stessa infanzia. Constatato questo, il mondo potrebbe anche essere un posto bello, ma non basta.

Veniamo a lei. Indissolubilmente lei e la tua vita. L’unica certezza, l’unica eredità garantita e veramente utile: la scatola di latta. Aghi fili ditale forbice. Una cosa la cui esistenza non segna la differenza, si direbbe. Invece no. Quando ti servono ago e filo, averceli ti salva la vita. E ritorni immediatamente nel mondo della lentezza dei pomeriggi afosi degli anni ’80 primi ‘90, quelli in cui tutti eravamo fighi, stupendissimi, animati da desideri che ci slargavano e innalzavano fino al cielo, ogni ora un’arena di desideri e entusiasmi fino a quella successiva che ne rimbalzava altri alla successiva ancora.

La lentezza, dicevamo. Ago filo forbice ditale stoffa. Di fronte a questo scenario, quadretto, tutto ciò che riguarda il mondo e le sue conquiste, muore. Non c‘è più rivoluzione industriale caccia alle streghe rivoluzione francese shoah covid 19. Non c‘è niente, tutto sparisce, si azzera. Siamo al grado zero delle cose, ma anche nel punto altissimo. Lì dove si cuce e si assembla ciò che va assemblato e messo insieme. Un gesto che non cambia il corso della storia ma in silenzio ne limita i danni. Come una preghiera pronunciata nello stesso istante da 6 miliardi di persone e con lo stesso afflato.

Insomma, cose come la scatola di latta, fili aghi ditale forbici fanno capire che il mondo avrebbe avuto davvero bisogno di poco per essere felice, appagato. Invece no, non c‘è bastata la scatola di latta né il filo né l’ago per cucire l’essenziale. E ora è inutile pure il filo pure l’ago e pure il ditale, perché cucire le infelicità di tutti non porta all’assemblaggio di nessuna felicità. Al massimo, all’assembramento di tante infelicità.

E se ci munissimo tutti di una scatola di latta? C U C I R E
Ago filo ditale. Azzittire le ciance del mondo, cullarlo, accarezzarlo. Cantargli la ninna nanna a bassa bassissima voce? Si sveglierebbe cambiato, un po’ più felice?

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Regressus ad uterum

Mandarlo in pensione giovane,

che idea crudele!

Ci vorrebbe ancora un topolino

per ogni ferita di adulto

come per la caduta dei dentini

un soldo per ogni ulivo strappato

nero, per ogni petalo caduto

per ogni città sfilata allo sguardo

ogni nome fatto ombra

una carezza un’esortazione

per ogni battito infiacchito

oppure porta, topolino, nel regno di primizie

insieme ai denti, ciò che non siamo più

quell’insieme di puntate colorate ariose

lasciandoci soli sulla riva

senza traccia di muta, senza paragoni

 

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Non servono

Ti vedo

Appaiatevi, fatevi eterna primavera
vivete, pagine piante quadri.
Tra tutti, i vestiti bianchi e neri
reclamano altro bianco altro nero.
Un eccesso preteso anche il mondo è d’accordo.
Ho perso le unghie non vogliono niente
per acqua e aria non servono.
Inutili come il clavicembalo
nei mattini che facevamo celesti
nei pomeriggi immobili, nel silenzio
nella pece di miniera di certi muri.
La suite per violoncello pretesa lenta
unico discrimine, vallo a dire.
Le cose si danno come sanno
feroci e necessarie emergono
così i libri tra questa e quella casa
pazienti, insofferenti.
Vivere da sempre tra alberi e mare
panchine sedie di bar gradini di chiese
o di stazioni, tra un annuncio e l’altro
cose senza progetto
sgradite alle stanze stabili
utensili di dio invisi al mondo.
Minuterie miserie rabbie di formica.
Tanto poi ci azzittiamo
il giunco non tradisce il mare
la legna lungo il muro
in pezzi piccoli, uguali
con fiducia guarda all’inverno, a noi
tornati gemme, fatti di stagione
respiro incorrotto di una storia invisibile

 

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Domande di Giovanni Fierro su “L’impero che si tace” per la rivista Fare Voci

“L’impero che si tace” ha da subito una connotazione, non solo stilistica, molto forte. Perché, mi sembra, il primo scritto già racchiude l’intero respiro del libro. È così?
Sì, il primo testo è lo scrigno in cui è riposto il senso del libro.
È la scena iniziale dell’impero, il primo respiro, riportato su un taccuino violaceo e blu con scritte dorate arabe.
Non conoscevo ancora il destino del “lento zoccolo di cavallo”, ignoravo avesse scalpitato a lungo, galoppato fino a quasi 100 pagine percorrendo tanti luoghi, reali e dello spirito. Ero a Udine, c’era neve, tanta, steli secchi di gelsomini nel giardino attiguo alla casa, e silenzio. Allontanando lo sguardo, le montagne.

Cosa lega tra di loro tutti questi ‘piccoli’ racconti?
L’Impero è la radiografia del mondo muto, ciò che vive nascosto ai vivi.
Cose e insetti, attrezzi agricoli, cancelli arrugginiti e finestre di borghi abbandonati, giardini e vicoli nascosti. Boschi, ombre, mondo fatto piccolo. Rivelazioni, boule de neige.
Il macro, il rumoroso, azzittito da traiettorie di formiche, candore e silenzio di neve, suoni e colori del mondo vegetale, fili d’erba, gesti minuti e invisibili:
l’andate in pace di un prete rivolto ad una chiesa vuota, il francescano che spala neve a piedi scalzi lungo un viale di Milano.
L’impercettibile, il minuscolo, il silenzioso come braccio d’Aleph, ricongiunge cielo e terra, natura e umanità, ristabilendo una intemporale cosmica armonia. Tutto è ridotto all’essenziale: uomo e vita, sacralità originaria. Creato e creatura. Tutto ciò che dal silenzio viene generato, svelato, custodito. “Arrivare all’assoluto silenzio. Le cose del cielo ci appaiono lì dove un silenzio le avvolge”. Questo lega ogni pagina del libro, ogni “racconto”.

Tutto il libro, ogni frase scritta, ha in sé musica e ritmo ed è veramente ‘da suonare’, anche a voce alta. È solo una mia impressione?
Musicalità e ritmo secondo me sono elementi costitutivi della scrittura poetica, memoria arcana e arcaica di suoni stratificati nel tempo come l’ipnotica e salmodiante voce di nonna Lucia mentre recita il rosario cui assistevo da piccola.
Per quanto riguarda “L’impero che si tace” avranno contribuito anche la malia, l’affatturamento, il mistero della spoglia e severa bellezza delle terre visitate, il Friuli in primis. Non sfarzo, chiacchiere, sguaiataggine, ma sensuali silenzi che cullano suoni e ritmi di versi animali, fronde d’alberi, corsi d’acqua. Musica e ritmo della natura.

Il Nord Est in questo tuo libro è molto presente. Come mai?
Per vicende private ho avuto la fortuna di conoscere e esplorare il Friuli Venezia Giulia, immergermi in quella terra magnifica ostinata a non ammiccare al turismo di massa, né alle pratiche di movide riminesche – gallipoline.
Montagne, sentieri, silenzio. Poche parole. Attenzione e cura verso la propria storia e quella dei figli illustri. Si bada a ciò che conta.
Ne è nato un profondo amore. Desidero ritornarci. Viverci, forse. Chissà.

Il tuo è un lavoro anche sul tempo. In queste pagine ci sono tradizioni, ricordi, momenti che sono passati. Pur costruendo un presente dove poter stare, dove essere capaci di mettere radice, in qualche modo.
È un aspetto che già dall’inizio faceva parte del progetto del libro?

Ho registrato esperienze che si davano come solenni, assolute, perfette.
In quegli anni avevo l’esatta percezione di vivere situazioni e luoghi che mi aspettavano da sempre. “Sono nata per questo momento, pensavo”, scrivo in Lettera, riportando le impressioni di una passeggiata nel bosco. Un’ esperienza destinale che diventa nucleo di un racconto animato da cose invisibili, mute, plumbee.
Il dato autobiografico, esperienziale cede il posto alla voce delle cose. La cosalità, gli umori del tempo, degli animali, delle montagne, del bosco, dei minerali alla fine imperano, annullando la presenza di un io, animano un canto che ha vita propria, autonoma rispetto a chi scrive. Gli anni dell’Impero segnano vicende storie incontri rivelazioni unici, l’acme delle esperienze vissute, la vetta più alta del massiccio roccioso fin lì camminato. Poi, dopo, l’ordinario. No, Giovanni, nulla era previsto.
Il libro si è fatto solo, quasi fuori dalla mia volontà. Ciò che vedevo, cui assistevo, tacendo si faceva scrivere.

Ovunque, in questo tuo raccontare, c’è l’impronta della poesia. Che diventa strumento per ‘sentire’ e raccontare meglio, con maggiori particolari ed evocazioni, tutto ciò che vai via via narrando. È così?

Come poteva tradursi la nuova armonia delle cose estranea al dominio dell’uomo, quell’inedita complicità tra creato e creature se non con la parola poetica che cerca sempre, come direbbe Rilke, di nominare l’immane, l’inaudito, l’accadere dell’inizio, la prossimità all’originario? Solo poesia accorda udienza all’invisibile, a ciò che (per i più) tace.
L’impero è anche questo: un tentativo, da parte delle cose mute, di imporsi sul totalitarismo del linguaggio mercificato, quello spolpato di ogni richiamo e riferimento al sacro, al mistero, alla spiritualità. Quel senso che si fa strada, come direbbe Luzi, e che non è in luce, non è evidente, la densa nebbia che lo sguardo scorge oltre il bordo del reale, non potrebbe darsi fuori dal linguaggio poetico.

La seconda parte, “Amnistie”, ha un continuo sapore onirico, molto visionario. In questa sezione ci sente trascinati via, immersi in qualcosa che sorprende e stordisce. In queste pagine, dove porti il lettore?

Nella seconda parte del libro, “Amnistie”, si registrano – senza essere raccontati – i fatti della vita mentre vive, la vita quando accade. Sgovernata, sgrammaticata, furiosa.
È la strada e non prende fiato, camminata da sparuti superstiti umani: i senza padroni, i combattenti, gli ubriachi, gli ebbri, i folli. Les analphabètes, direbbe Artaud. Un circo, una giostra di umani che mordono la vita e non si sa dove possano approdare. Vivono. Erano tempi, un decennio fa o poco più, in cui ancora ci si incontrava, si animavano strade e racconti.
A fine lettura, dell’intero libro, ho avuto la netta sensazione che ciò che hai scritto sia ‘un qualcosa che è rimasto’. Ma di che cosa?

Un fatto stato ma lontano, un fatto incorniciato, dato al muro. Sacro.
Sì, un’esperienza apicale, magica, iniziatica oserei dire.
Il mondo capovolto dalle forze mute e invisibili s’impone all’attenzione devota di uno sguardo che ha familiarità con l’ignoto, con tutto ciò che rende sacra l’esperienza del vivere costantemente minacciata dalle forze di “mammona”, dal potere indiscusso della merce, del profitto. Potere concesso all’infelicità. Lontano dalla creaturalità, dall’armonia col creato, dal divino che siamo e ci dovrebbe muovere, non c’è felicità.

L’autrice:
Ilaria Seclì, salentina nata a Ginevra, ha pubblicato “D’indolenti dipendenze” (Besa, 2005), “Chiuderanno gli occhi, diario a due voci con Federico Federici”, (Quaderni di Cantarena, 2007), “Del pesce e dell’acquario” (LietoColle, 2009), “La sposa nera” (I libri dell’Arca, Joker, 2016). Vive a Lecce.

Gestisce il blog http://leragionidellacqua. wordpress.com/

 

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Con gesto leggero e distratto

porta l’indice verso cose belle

giardini sopravvissuti a più custodi

lumache, verdi inaciditi, storie di famiglie stinte

strette ai muri screpolati in bilico

tra gloria e muffe, bomboniere di mutilate ballerine

gessi di angioletti, spore di intonaco, filamenti.

Un avviso di grazia al mondo intero

abbandonato in una trama d’aria.

E una domanda a un pulviscolo, liberato

da palpebre roventi di tapparelle:

chiedete ai morti se si può tornare

nei luoghi dove si è stati felici

 

 

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A tema e fuori

Abbandono

Abbandono

Luciana, che dolcezza

ha chiesto una fotografia mia

e di suo figlio, da tenere insieme

agli altri vivi amati.

Io che non ho familiarità

con queste premure mi domando

cosa penseranno gli altri incorniciati

se avvertiranno una presenza estranea

silenziosa, più simile a un gatto

a un soffione a un pulviscolo invisibile

nell’etere, una piccola mora tra i rovi

un’imbucata vestita di nero

ignara della festa a tema

***

– Occhio che non ti graffi le porte.

Ma tu un gatto non l’hai mai avuto.

I genitori, che strane creature

sanno tutto anche quando hanno vissuto poco

anche quando i fatti grandi della storia

li hanno appena sfiorati

come un suono indecifrato, lontano

tre isolati, un puntino sfocato

sulla soglia estrema del visibile

 

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Adua, la veneta

 

Adua, che portento di donna era

veneta ossa forti pelle dura

guance rosse e tese, occhi di laguna.

Mai un indugio di malinconia

che c‘è sempre troppo da fare.

Ha lasciato terra genitori

fratelli per un uomo del sud.

Un giorno, spiccia e gentile

la sentì dire a mia madre

se vuoi capelli sempre in ordine

devi pettinarli caldi di letto.

Si ascoltano solo grida ora,

metalliche, rimbombano per tutto

il quartiere, non una parola

solo rabbia e costante disappunto

nessuno sa cos’abbia

solo che l’ha abbandonata il coraggio

il senso le parole tutto il resto

non il paese da dove veniva

dove la vedono ancora cantare

e sgobbare con le guance rosse e tese

gli occhi chiari di laguna

 

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Milano

La sirena del treno prima dell’alba

addensa tepore e luci di interni.

Quella del Nord odora di pane

chiamato alle finestre a cominciare

il giorno. Prepararsi al freddo, ai fatti

nascosti del bosco, alla pianura.

Senza sporgerci vedevamo le anime

di tutte le stanze, la già alta

nostalgia dell’uscio, di una fiamma,

di letti ancora caldi.

Milano d’inverno ha albe inviolate

come mensole nelle case di montagna

fioriere tazze tendine legna

ogni cosa composta nel suo dover

stare lì in posa per chi non c’è

lì ad aspettare più vivi giorni.

Anche gli oggetti hanno doveri

intenti alla loro opera.

Al passaggio di occhi stranieri

sanno che da lì al per sempre

anche nel muto intervallo di stagione

un passo una mano uno sguardo

li farà vibrare come legno calpestato

la vigilia di Natale, come una nevicata

 

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