Lunario

 

Qualcuno confonde ancora nuvole e montagne, si perde in rivoli di mille città ma ne insegue solo una, battesimo senza manette.

Regno di caramelle gommose e liquirizie ignaro di nostalgia e colpa, quel tempo che sapremo durerà a lungo ricorda un pugno di spiccioli bulimici, sciocca rivalsa e nuova condanna del Joker. L’usuraio li riebbe, marchiando a fuoco e per sempre la misura di un valore.

Un inizio invoca un altro inizio, gli si appende in bocca, c’è due senza 3.
Il resto posate e arredi usati, un dolce esilio.

La freccia scoccata nel cuore di Padova arriva dalla terra di confine, da un tremore. Qualcuno nasceva mentre una forza apriva il turchino di Giotto, le trincee di speranza e disperazione, di angeli e demoni. Incostanza. Fortezza.

Non mi trattenete. Vi ho detto che vi porterò con me fino all’ottavo giorno.

Anche gli scarponi restano lì, i passi.
Il picchio pure col suo becco non lascia il tronco.

Ferrara accarezza la testa del giardino che non c’è, uomo pensante, Micol e gli altri, poi spuntoni di chiacchiere e noia, avaro diamante, luce che non dura.

Solo natura ti somiglia poi, ti riguarda. Ossatura dismessa, casolare, cascina, abbaino,
il solito cancello arrugginito.

 

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Il bosco è fermo

oltre il buio continua a giocare

farsi indovinare vivo.

Un filo giallo al primo vagito

lo guarda, prova un solletico

di medioevo e fiamma.

Risponde un riso senza movenza.

Ancora inaccessibili le celle dei monaci

ma 7 candele per candelabro cullano la cripta.

Non è come per i senza talento

qui – muti – si cura il mondo, nessuna volontà.

Albero del pane che spii da una fessura

l’abisso di voci mancate.

Gioco, indovino il segno, l’elemento

la distanza tra Acqua e chi ne è privo.

Chissà l’originale disegno,

la mappa disordinata dei diamanti

che un colpo di dadi consegnò al lupo dei tempi.

Chi lo ha fatto si è perso

per eccesso d’amore e stanchezza.

È novembre che intreccia assoluti,

riallaccia trame al loro destino

il tempo di un’alba di nebbia

di un pomeriggio brumoso.

Vieni comunque. Conosco la voce senza corpo

caduta dai monti, dai borghi espulsi.

Vieni. Ho ghirlande di perle e bestemmie.

Ai tuoi piedi ho consegnato il mio piacere.

Continuo a vederti. Non dite di favole scure

questa dice, è storia di accecante luce

mentre il gatto guarda il muro e gli altri la TV.

Lui non chiede il nome di chi veglia da sempre.

Ha, come i tarsi, occhi più grandi del cuore.

 

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Nei manuali di certe discipline

si raccomanda di chiudere i cassetti,

la notte soprattutto.

Qui sono aperti da anni, decenni.

Nemmeno si chiudono, a volerlo.

Di notte si solleva il mare, intero

o radioso il silenzio della neve

la crepa sul guscio delle gemme di marzo.

Le stagioni non si danno il cambio

danzano insieme come Grazie

dondolano su altalene in platea

o dietro le quinte di sublimi messe in scena.

Chi è ai bordi di un fuoco

chi corre per arrivare in cima o al mare

chi abbraccia la neve o succhia una ciliegia.

Ordine di un ordine mai stato

nel Tutto tradotto, spalancato

 

 

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Non servono

Appaiatevi appaiatevi

fatevi eterna primavera

vivete, pagine piante quadri.

Tra tutti, i vestiti neri e bianchi

reclamano altro nero altro bianco.

Un eccesso preteso

anche il mondo è d’accordo.

Ho perso le unghie

non vogliono niente

per aria e acqua non servono.

Inutili come il clavicembalo

nei mattini che facevamo celesti

nei pomeriggi immobili, nel silenzio

nella pece di miniera di certi muri.

La suite per violoncello voluta lenta

unico discrimine, vallo a dire.

Le cose si danno come sanno

feroci e necessarie emergono

così i libri tra questa e quella casa

pazienti, insofferenti.

Vivere da sempre tra alberi e mare

panchine sedie di bar o chiese

gradini di stazione tra un annuncio e l’altro

cose senza progetto

sgradite alle stanze stabili,

utensili di dio invisi al mondo.

Minuterie miserie rabbie di formica.

Tanto poi ci azzittiamo:

il giunco non tradisce il mare

la legna lungo il muro

in tronchi piccoli, uguali

con fiducia guarda all’inverno, a noi

tornati gemme, fatti di stagione

respiro incorrotto di una storia piccola

 

 

 

 

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Senza volontà

Prende nostre parole la bocca del pesce

ne fa ghirlande vegetali senza confine né soglia

per amore di mare, per il suo inchino

muove volontà ignote all’acqua, dall’acqua generate.

Calcoli previsioni giudizi smanie

li prende il satellite per la fertilità del suo bianco

per l’istante che ogni istante riluce

e monda l’universo senza nascita né tempo

in pura nota di spazio immemore.

Così il rumorista cerca e prende il suono

calmo lo ridà allo schermo del mondo

ed è senza nome e il mondo non lo vede.

Al modo del pellegrinare di lumaca e casa

nel fermo silenzio terrestre e siderale, le senza racconto.

Ma cade, si fa umida memoria, la traccia di un tragitto.

Continua tua sordità, dice al giglio delle sabbie e delle pietre

a Nolina, la senza volontà, di resistere.

Se dormono con un occhio solo

è perché il loro cielo è leggero e li tiene,

muta la loro bocca e senza offesa

 

 

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Dis.umani

 

Sono specie infestante dice Simona

bisogna spostarli o torneranno

la scienza giustifica atti non cristiani

diktat di sopravvivenza kit per lo sgombero

ora dillo alla creatura che sospende il passo

per non schiacciare le formiche

che piange il pianto di un altro

che non sa le capriole che fa fare il mondo

acrobazie di coscienza per stupida comodità 

o loro o noi, la guerra che la vita impone 

laudato sii mentre guardi intenerita il nido

un congegno di perfetta architettura

due piccoli non belli che chiamerebbe colombi

e tu li allontani fischiando, dai un segnale

riparare il torto fatto, sperare li ritrovi

guardare la bambina

 

 

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Altare di Cerrate steso a terra

nel paese senza lingua

sole voci vetri opachi

pietre, il vero non vi stinge

lasciatela gracchiare

questa storia non sposta

l’asse della persiana abbandonata

il nevaiolo respinge il suo astro

non la vede il guardiano dei fiori

non sa neppure che eravamo mare

 

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Veglia l’inabitabile

Il discorso si ricompone

nel giorno che ritrova il clima

[I ciechi: (làsciati putrido coso umano

quasi ripreso filo perso per quanto ancora

sfilate perline ore 

bandolo nel veloce franare del buio

nessuna conta memoria tregua

ammutolite voci briciole nei vagoni

chiacchiere viveri confessioni

pronto sì arrivo quanto manca?

sasso carta forbice selva oscura resa

dismesse rimesse scadute vite

in partenza il treno in arrivo

le scale i piani l’odore i sassi

correre veloce la porta scricchia

cieco scappare chiudendola)]

Nuvole alleggeriscono i tetti

sbeccano i denti alla storia

avvicinano serrande officine

la cronaca declassano a vergogna

nel silenzio a margine

dignità senza dilemmi né svendite

Estinto sguardo di bimbo

in ginocchio dietro il vetro

l’era senza nome delle anatre

acque muschiate di immobili laghi

qualcuno vi ha battezzati

fino a quando dura la memoria di noi

in chi scompare, la memoria

di chi non vi vede, di colei che veglia

 

 

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Vert assemblage

 

 

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Colui il quale la cosa o l’ente

Nostro signore madre natura

Prima dei prima, l’inizio che

Non dice e mai tradisce

Mandorlo con mandorlo

Papavero e papavero

Formica lucertola rondine

farfalla, infine fiore.

Unisono tempo creaturale

Puntuale amore che ritorni

Figlia con madre poi, farsi uguali

Confondersi raggiungersi

Nel giardino che era fiorito

Nel giardino che chi cosa ente spoglierà.

Ma vedo già la pubblicità dei lidi a distrarmi

Le prossime aperture, “le rate per davvero

A interessi zero”, cose ben addestrate a sviare.

Intanto.

 

***

 

Ma saette braci bagliori

immersioni incursioni

la vicinanza tra vivi e assenti

presente e non, geroglifico perfetto

di intatto pigmento per rispondere

all’appello. La pioggia le pagine

cadute sussurrano la musica

che il mondo doveva essere.

Fredda sambuca iridata

vapori su legno scuro

cera su lana la ingoia il giornale:

vieni, ci pensa mamma.

Il gatto  veglia su un torace.

La domenica.

 

***

 

a R.

 

Dopo lo zero, a meno 25

l’inchiostro non scrive

il mondo nelle celle parla in lapis

così la matita procede all’inventario

e ciò che resta s’interroga smarrito

 

un duello tra spariti e ancora vivi

un’invidia che il gelo non sa indirizzare

ma imbarazzato custodisce

confida nell’ imprevisto che da fuori

sciolga il dubbio di chi tra le celle

sia vivo, spera nella grazia, sia chiamato

 

 

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静かで暗い

 

Uomini alzano incensi agli alberi

si stringono in cerchio per la fioritura

il canto li fa sani

 

stretto vicolo che slarghi l’occhio e sali

fino alla cattedrale scura fin dove il mento osa

brillare sottile di oro dalle insegne dell’impero

 

spezzare rami o tagliare radici

non sperate nei giorni che verranno

non si sopravvive all’albero

 

profili di Masaccio rame delle Fiandre

fulgidi polpacci di Caravaggio

i ciechi in fila coi bastoni inciampano

 

l’occhio non si muove né la voce

interni fiamminghi e drappi

solo un paiolo fiata, acceca

 

neve di Brueghel abitato mondo fermo

respira piano entra chiudi gli occhi

la voce non sarà più così, ma appari

 

raro pigmento raro minerale storia impronunciata

dicono: riduzione del dicromato di sodio con zolfo

o decomposizione termica

 

non nella luce appare luce

il polline fertile albeggia in fiorita penombra

s’ingemma nello scuro del mondo

 

 

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