Santa Barbara

Santa Barbara è una fila di case

di uguale altezza, una accanto all’altra

senza piani sopra, solo cielo.

Una lenta sequenza di film muto

su crolli di masserie feudali, ovili, stalle

strati e strati, belati, storie, stemmi

fissati nella trama del pictor optimus

mossa appena da una nonna

che spinge l’altalena. Tu guardi

e non vedi più il senso di tanta strada

altrove, quanto è piccolo ciò che conta

e quanto poco conta il resto.

Nel buio silenzioso della piazza

e filari di muri e uomini senza sorprese

integra resiste una parola estinta altrove

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Io ho preghiere per gli Angeli

farmi diventare migliore chiedo

alleggerire lo scotto di essere straniera,

ovunque inadatta, per colpe che nessun

artificiere eradica. In macchina li prego

prima di farmi trapassare da ordigni

perfetti di sorridente educata ipocrisia

prima di essere immessa nel fuoco di lingue

caudine, nella guerra tra poveri a far la parte

del soldatino sperso che non ce la fa a sparare.

Non voglio essere nessuno, fate pure.

Potevo lievitare sì, farmi batterio nel ventre

di pasta madre, riscattarmi con questo o

quel successo frutto del mio seno,

del mio grembo. Sono qui invece

a mondare pavimenti, evitare almeno

la morte delle piante, sistemare al meglio

l’altare di ninnoli di vecchie vite,

mandare SOS ad altri sopravvissuti,

saluti, chiedere se sono ancora in vita

parlare col gatto certa di una più convinta

e pura comprensione, di un più innocente

innocuo amore.

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Saluti e baci

Giardini abbandonati restituiti alla città, persa l’anima che li abitava.

Manda fiori pietanze poesie il Monaco, in un silenzio di pagine nicotina e alcol, mondo buono che tiene in vita. Si sbracciano i morti uccisi dai volantini, dalla paga, da raggi non in saldo.

Uomini che abitavate locande in spazi di scrittoio e una finestra appena, prestati a donne silenziose devote o invadenti. Locande di confino, eterne, l’azzurro non vi lascia.

Bambine allegre perse nell’acqua cercando montagne oltre il mare, lo camminate nell’aria a molte miglia dal presente, ben salde in ciò che fu vero, vere.

Le molte cartoline lontane da qui, lettere francobolli prove di esistenza, atti di nascita di non più vive vite, violate sepolte da frane naturali, mutazione di connotati.           
Chi ha abitato l’aria da queste firme in qua?      
Calce bianca nell’ariosa urna postale incassata al muro fresca anche nella controra, cuore palpitante al rombo del postino, scale a perdifiato, via vai di vite racconti storie luoghi, nomi.

1. “Tanti saluti dalla nostra montagna”, Lina e Donato. Monte Coglians, Val di Suola, Dolomiti Pesarine.

2. “Pensandovi vi mandiamo saluti”, Monti di Carnia, Arta Terme. Atti di felicità, sagome di eterno, l’inchiostro sigilla. Tu ancora non c’eri ma restituisci, un’altra volta, le immagini attuali. Pieve di San Pietro, la più antica delle Pievi carniche, da lì passarono gli Avari.

Vivissimi per sempre, alcuni morti al mondo.            
Innamoratissimi qui, “Non vogliamo più tornare”, “è tutto stupendo”. Ora avvocati, alimenti viveri veleno.               
               
Vite prioritarie come francobolli, da questa piena di incendi, carenza d’acqua, più vispi gli occhi di chi scriveva.
Una visione, un dolore felice, un’allegria appannata ti guarda in faccia e non sai chi vede.
Intuìto Trono di Gloria, carro di Cherubini, accampamento di Serafini, barlume di stagioni primarie, eccellenti, poi normali.              
Rivedo anche un ragazzo di vent’anni sui cantieri di Ginevra, il James Dean degli emigranti, poi mio padre.

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Nel giorno che non ha padroni

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Certi sodalizi sono inalterabili

il camion della spazzatura con gli uccelli

apre la luce al giorno.

Le rondini approvano le altezze dei campanili

smettono i dubbi su questa stagione

sul suo inizio. Ma avviene a fil di cielo

dove nulla è scomposto e resiste alla cenere

dei piani inferiori da cui nessuno ha più visto

fuochi nelle trame della vita.

Ci si allunga così ogni giorno di più

verso una pensile felicità senza clamori

verso il denso azzurro

che non smette la sua promessa

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Continua, nella stretta fuoriesce

insinua pupilla lingua cartilagine

soffio filo soglia unghia

suo sguardo inesaurito nell’attuale

illuso d’averlo smaltito, murato vivo.

Non il crimine compiuto

trionfo della fine, zelo di apocalisse

capodanno perpetuo di troni d’Europa

crumiri di morte. Padroni padroni

non basta, la nostra schiena piegata

non l’ha prosciugato, è qui.

Nel conto di un abecedario di ceci

cenci, acqua alla pianta, solco di terra

disperazione d’internato, silenzio di eremo,

ostinato seguire segni su pentagrammi

ciechi alle vostre fortune            

***

Provincia

Qualcuno pedala, il piede storto

rivolto alla catena nessuno l’ha raddrizzato,

un cane che cane non è ma muro sbrecciato

muove liquide mutanti forme

di giorno in notte, di stagione in stagione,

resiste un ape che non cambia marcia

***

A Nord ci saremmo visti nei parchi

con sciarpe colorate, cappelli, le scarpe basse.

Avremmo salutato carpe e tartarughe

il pony che fa il giro coi bambini.

Le birre al Coccio, al Birillo

per le parole che ci aspettavano

ogni sera ci cambiavano,

ci facevano migliori

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Neve

Non viene, si ostina a non cadere

alzo piano la tendina

far durare lo spasimo

o speranza come la chiamate.

Ma cade la verità del luogo

lo sciamare vuoto, le ciance, il clima,

niente che somigli a questa disciplina.

*

Io sogno, sto sognando

ho messo l’anello più bello

un po’ per ricordare un po’ per essere felice.

Come fosse vivo il silenzio, anche qui

chiaro trasparente aria ghiaccia

un gennaio russo di armi arti fuoco

urla di futuri accesi, bagliori, battesimo

eternato. Lotte cammini infiorescenze

ostinato farsi di stagione,

schiudersi di fiore, ostinato darsi,

fa sera e fa mattino.

*

Nessuno muore, non sono mai morto

ripete la carcassa sull’asfalto di questi calendari,

ripete la carcassa sulla strada

che continuano a schiacciare.

Non sono mai morto.

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Una cosa così

Creta di Timau, foto Guido Macorini

Era una cosa così, guarda cos’è diventata,

nemmeno la si vedeva in quel vaso

ora è tutta arrampicata, vedi?

Sarà più di un metro.

Lui pure, che zuzzurellone, che monello,

ama la musica classica, sai?

Solo l’organo di Bach lo calma, spesso.

Per il resto, solo richieste di bustine

e croccantini. Quanto a noi, che dire,

la pioggia pure, ci ha dimenticati.

Io che al solito speravo neve

mi accontenterei di un po’ di brina, nebbia,

o anche solo di una parola-ghiaccia

che crepiti tra i denti

galaverna per esempio, o deflagri

s’addensi, in manti frangivento

 

 

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Fermi sorrisi che seguite riti

fruscio di lunghe vesti di suore

in dita orecchie sciolti

in arti organi

fino all’immateria.

Nessuna previsione

ciò che procede integro

non interroga futuro.

Capanna sul muro

ornarsi di Misteri

culla da cui nulla straripa.

Il paradiso è qui per chi lo prega

un bucato appena fatto

nei pergolati che invisibile

il fabbro saldava, per sempre.

Abbi pietà di nostra vuota insonnia.

Dannati senza disperazione.

Né pianto, di cielo prima del buio,

un ritmo, una crosta sul muro, un odore,

luce che muoveva sacri familiari.

Altrove tradito, dell’eterna croce sulla toma

 

 

 

 

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OPERA NAZIONALE COMBATTENTI

vuoto casolare sulla strada

metà pubblica metà privata

un pappagallo mostra i suoi colori

le grandi zucche sulla porta.

Galline, tacchini, più in là l’antica foresta

mirti corbezzoli funghi lecci

medioevo e arcadia. Spiana

il respiro un’aria buona di lontano

gli ulivi stanno guarendo

hanno piccoli virgulti ai loro piedi.

Lasciateci qui. In pace.

***

Sui citofoni il nuovo inquilino

ha nome e cognome su carta bianchissima.

Gli altri su carta ingiallita da pioggia

umidità, chissà cos’altro.

Una storia come quella del tiarè

dei fiori di cotone del pepe nero,

si sentono fino a trasloco completo.

Lì perdono terreno, costretti a fare spazio

a odori di cucina soffritto

pane caldo sigarette.

***

Erano i novembre di latino,

traduzioni e presenze di donne del quartiere

che andavano in chiesa all’imbrunire.

Si riconoscevano dal suono dei tacchi

favorito dal silenzio e da un sentimento preciso

di bene che viene dal borgo, parcellizzato

in nomi e azioni che potevi odorare mangiare

chiamare

***

Nella luce dei miei splendori ti ho protetto

***

 Cresciuti come perle nel girone dei dannati

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