Neve

Non viene, si ostina a non cadere

alzo piano la tendina

far durare lo spasimo

o speranza come la chiamate.

Ma cade la verità del luogo

lo sciamare vuoto, le ciance, il clima,

niente che somigli a questa disciplina.

*

Io sogno, sto sognando

ho messo l’anello più bello

un po’ per ricordare un po’ per essere felice.

Come fosse vivo il silenzio, anche qui

chiaro trasparente aria ghiaccia

un gennaio russo di armi arti fuoco

urla di futuri accesi, bagliori, battesimo

eternato. Lotte cammini infiorescenze

ostinato farsi di stagione,

schiudersi di fiore, ostinato darsi,

fa sera e fa mattino.

*

Nessuno muore, non sono mai morto

ripete la carcassa sull’asfalto di questi calendari,

ripete la carcassa sulla strada

che continuano a schiacciare.

Non sono mai morto.

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Una cosa così

Creta di Timau, foto Guido Macorini

Era una cosa così, guarda cos’è diventata,

nemmeno la si vedeva in quel vaso

ora è tutta arrampicata, vedi?

Sarà più di un metro.

Lui pure, che zuzzurellone, che monello,

ama la musica classica, sai?

Solo l’organo di Bach lo calma, spesso.

Per il resto, solo richieste di bustine

e croccantini. Quanto a noi, che dire,

la pioggia pure, ci ha dimenticati.

Io che al solito speravo neve

mi accontenterei di un po’ di brina, nebbia,

o anche solo di una parola-ghiaccia

che crepiti tra i denti

galaverna per esempio, o deflagri

s’addensi, in manti frangivento

 

 

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Fermi sorrisi che seguite riti

fruscio di lunghe vesti di suore

in dita orecchie sciolti

in arti organi

fino all’immateria.

Nessuna previsione

ciò che procede integro

non interroga futuro.

Capanna sul muro

ornarsi di Misteri

culla da cui nulla straripa.

Il paradiso è qui per chi lo prega

un bucato appena fatto

nei pergolati che invisibile

il fabbro saldava, per sempre.

Abbi pietà di nostra vuota insonnia.

Dannati senza disperazione.

Né pianto, di cielo prima del buio,

un ritmo, una crosta sul muro, un odore,

luce che muoveva sacri familiari.

Altrove tradito, dell’eterna croce sulla toma

 

 

 

 

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OPERA NAZIONALE COMBATTENTI

vuoto casolare sulla strada

metà pubblica metà privata

un pappagallo mostra i suoi colori

le grandi zucche sulla porta.

Galline, tacchini, più in là l’antica foresta

mirti corbezzoli funghi lecci

medioevo e arcadia. Spiana

il respiro un’aria buona di lontano

gli ulivi stanno guarendo

hanno piccoli virgulti ai loro piedi.

Lasciateci qui. In pace.

***

Sui citofoni il nuovo inquilino

ha nome e cognome su carta bianchissima.

Gli altri su carta ingiallita da pioggia

umidità, chissà cos’altro.

Una storia come quella del tiarè

dei fiori di cotone del pepe nero,

si sentono fino a trasloco completo.

Lì perdono terreno, costretti a fare spazio

a odori di cucina soffritto

pane caldo sigarette.

***

Erano i novembre di latino,

traduzioni e presenze di donne del quartiere

che andavano in chiesa all’imbrunire.

Si riconoscevano dal suono dei tacchi

favorito dal silenzio e da un sentimento preciso

di bene che viene dal borgo, parcellizzato

in nomi e azioni che potevi odorare mangiare

chiamare

***

Nella luce dei miei splendori ti ho protetto

***

 Cresciuti come perle nel girone dei dannati

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Le case popolari nelle marine

le tende di bambù bloccate dalle sedie.

Regni di cani spersi,

Vincenzo il fruttivendolo è un’insegna

o qualche frutto ancora

pesci coloratissimi su muri

di case senza passi.

Garage di nessuno aperti a tutti.

Dirocca il tempo i tempi. Se c’è stata vita.

Muove il mondo qualche farfalla

o pala che taglia l’aria. Contrade,

borghi di silenzio.

Biancaneve senza bacio.

Il sonno eterno, il suo,

a questi banditori.

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In montagna ai nati danno nomi di cose familiari, che si vedono.

Neve, per esempio. Luna.

Poi franano o arrampicano su storie di uomini sbronzi, morti di notte in cima a cumuli

di fieno nelle stalle, uomini mai ritornati a valle, che amici decidono di seppellire lì, in

alto, nel luogo delle carte delle bestemmie del vino.

I familiari se ne fanno presto una ragione.

A Erto la voce estranea chiama fuori uomini alti possenti seri con le guance rubizze.

Salvano la propria gente, tipo la Gigiotta che è sola e anziana. Si accertano della tua

bontà dopo averli convinti a fatica della curiosità di visitare quel posto, esattamente

quello. Poi ti fanno entrare in casa.

In autunno con le foglie ipotesi di vita cadono alternandosi a quelle reali.

Svolazzano danzano formano capannelli e avviano discussioni, interrogazioni,

elaborano progetti come fossero vere.

Come fossero verdi, ancora unite al ramo.

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Sorridere, chiedere a chi resta come stai,

come nessuno fosse mai scomparso

***

C’è un pavimento in cotto

in qualche casa dell’infanzia

uva sospesa tra sciabole di raggi

un cespo di luce ambra.

Rosa di guance senza maschere,

eredità bianchissima di denti

***

Alla coda il capello muove l’occhio,

attorno il tavolo, il divano

i mobili del mondo.

Aspetto che anche i miei passi

facciano rumore

***

In via Villalta c’è sempre silenzio

solo l’acqua della roggia lo muove.

La pioggia, sempre dalla nostra.

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L’alba d’inverno negli alberghi del Nord

mari fermi lontani quieti

qualcuno si adopera muove cose ripara.

Casa mondo giardino composti ricomposti

fuga di porta feritoia ciò che non tiene

olio lampante biascica ronza preghiere

mondi non mondi non trovano requie.

Dite alla bambina di lasciarne una,

le ciocche sulla fronte che vuole raccolte per intero,

un monito un uncino un non ti scordar.

Non farli arrivare alla fronte pura

resti uno stigma che dica e ridica

non vi appartengo, io sono un paesaggio

 

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Bambinate

Nessuno sa come accada. Le azioni le parole i pensieri che portano ad averla. Resta che in tutte le città, le case, ti ritrovi con questa sorta di coinquilino coatto. Uno stalker o un salvavita. Una di quelle cose che nel tempo si trasforma senza cambiare. Come il viso di un adolescente, uguale a quello tuo o di un tuo amico di allora. Il passato e quello che siamo stati sembrano moltiplicarsi in una eterna ripetizione che fa di tutte le storie la stessa storia, di tutti i ragazzini un ragazzino, di tutti i Tadzio del mondo lo stesso Tadzio, di tutte le infanzie la stessa infanzia. Constatato questo, il mondo potrebbe anche essere un posto bello, ma non basta.

Veniamo a lei. Indissolubilmente lei e la tua vita. L’unica certezza, l’unica eredità garantita e veramente utile: la scatola di latta. Aghi fili ditale forbice. Una cosa la cui esistenza non segna la differenza, si direbbe. Invece no. Quando ti servono ago e filo, averceli ti salva la vita. E ritorni immediatamente nel mondo della lentezza dei pomeriggi afosi degli anni ’80 primi ‘90, quelli in cui tutti eravamo fighi, stupendissimi, animati da desideri che ci slargavano e innalzavano fino al cielo, ogni ora un’arena di desideri e entusiasmi fino a quella successiva che ne rimbalzava altri alla successiva ancora.

La lentezza, dicevamo. Ago filo forbice ditale stoffa. Di fronte a questo scenario, quadretto, tutto ciò che riguarda il mondo e le sue conquiste, muore. Non c‘è più rivoluzione industriale caccia alle streghe rivoluzione francese shoah covid 19. Non c‘è niente, tutto sparisce, si azzera. Siamo al grado zero delle cose, ma anche nel punto altissimo. Lì dove si cuce e si assembla ciò che va assemblato e messo insieme. Un gesto che non cambia il corso della storia ma in silenzio ne limita i danni. Come una preghiera pronunciata nello stesso istante da 6 miliardi di persone e con lo stesso afflato.

Insomma, cose come la scatola di latta, fili aghi ditale forbici fanno capire che il mondo avrebbe avuto davvero bisogno di poco per essere felice, appagato. Invece no, non c‘è bastata la scatola di latta né il filo né l’ago per cucire l’essenziale. E ora è inutile pure il filo pure l’ago e pure il ditale, perché cucire le infelicità di tutti non porta all’assemblaggio di nessuna felicità. Al massimo, all’assembramento di tante infelicità.

E se ci munissimo tutti di una scatola di latta? C U C I R E
Ago filo ditale. Azzittire le ciance del mondo, cullarlo, accarezzarlo. Cantargli la ninna nanna a bassa bassissima voce? Si sveglierebbe cambiato, un po’ più felice?

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Regressus ad uterum

Mandarlo in pensione giovane,

che idea crudele!

Ci vorrebbe ancora un topolino

per ogni ferita di adulto

come per la caduta dei dentini

un soldo per ogni ulivo strappato

nero, per ogni petalo caduto

per ogni città sfilata allo sguardo

ogni nome fatto ombra

una carezza un’esortazione

per ogni battito infiacchito

oppure porta, topolino, nel regno di primizie

insieme ai denti, ciò che non siamo più

quell’insieme di puntate colorate ariose

lasciandoci soli sulla riva

senza traccia di muta, senza paragoni

 

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