Non so il tempo che abitiamo

quale casa accoglierà i nostri muri.

Gli angeli di Norimberga

se c‘è vento fanno girotondi.

Tu abiti la bocca della neve che brucia

conosci i disegni degli alberi nel cielo

la propensione del giglio selvatico

a guardare dalle dune l’eterno passeggio,

la breve vita delle Effimere

il loro goffo volo

il modo che hanno i morti di esserci fratelli.

 

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Eppure siamo stati epica e canto

senza ozio i piedi nei basolati di agosto

su una zattera d’alga per tutta la vita

come Arlecchino dei Sargassi

nostra dura lingua e frutti cardinali

tristi e tenere genealogie

commossi a guardarle

come fossero storie d’altri

le nostre, ordito legami attese

ancora in piedi racconto e lingua madre.

Estate disegno spietato di sangue

nomi voci liti in casa dei padri

romanzi russi in terra senza interlocutori

inevitabilità di genesi e tramandato

karma scomodo qualche salvezza appena

ma sapevamo da dove scappare

cosa volere e cosa no. Il treno quella notte

andò oltre la tua nuova città,

dopo i Pink Floyd dormivi stremato

tra i fumi d’Emilia e la vita goliarda.

Il furetto cercava pace, minata pace,

miraggio, casa d’altri. Quella era guerra

e vita. Ora non continuo, e nemmeno voi.

Spersi e morti, perfino i vostri cognomi

vi sono estranei. Il gatto, appena, ancora.

Il pesce che vola. E poi, dopo.

Dopo i papaveri il mare

dopo il mare la pioggia

dopo la pioggia il bosco. Muti.

 

 

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Astice

Una chela è più grande, afferra blocca

l’altra a seghetto trancia, dilania il centro.

Ore eterne, battesimi di luce

canestro al dio che si era, offerta.

Non ho permesso io al morso di allentare

all’imprevisto ritornare a zero

cieco e senza arredi a conforto

senza niente. Sopravvissuti, immobili

ogni cristo ogni angelo ci deve una leccata

alla maniera delle gatte coi gattini

trasformarci in oggetti di pietà

accolti, amati almeno sul finale

una tregua, una concessa dignità

se un grembo è tanto almeno un varco

un rifugio, una carezza appena

 

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S.granata da zucchero

La festa

Inizio e fine non contano

trapassate remote acque

fanno nuova la casa del pesce

non muri e gran circolo d’acqua.

Muoviti, nessuna zavorra

un punto cardinale sposa l’altro.

Apre nessuna proprietà il cancello,

un silenzio forse. Dici caciole

mormore e salicornia nel punto

dove il sole sbriciola la luce

e brilla di sé il creato, lì

dove passa l’umana redenzione

 

 

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Fine gloria mai


Dicono le ciliegie non sappiano che fare

maturare o seccare senza farsi mangiare.

Per gli altri frutti non va meglio.

 

Dicono ci sia coda per salire

sull’Everest. Si esaurisce ossigeno

in sovraffollate virali altezze.

 

Seguire l’andazzo di natura

o starsene nella domenica mattina parigina,

sotto i portici, a Place des Vosges. Per sempre.

 

C’è swing lì, fine gloria mai.

 

 

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Omini del futuro

Nel dominio incontrastato di becchi e lunghissimi nasi

 

C’è un solo omino addetto al futuro

ministro del tempo che viene

il meteorologo informa del domani e dopo.

Sintonizzato sulla rete della previsione

ognuno fa scorta di nuvole pioggia e solleone.

Si affida pianifica cancella si organizza.

I nati da poco ignorano il tempo senza ministro.

Desiderio, diteglielo, si chiamava.

Nessuno prevedeva al nostro posto.

 

 

 

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Te lo ricordi?

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I punti cardinali della croce,
l’inizio delle ore. Rovescio poi,
parola vuota patria senza lingua
un segno una voce cum pietas
buche semafori notifiche
smarrito canone capsula mundi
vita in formalina
getsemani globale, foto prego.

Dio mio dio mio, vieni, accucciati
c’è la bambina i suoi perché
la morte e ancora ancora, veleni
dai, vieni al caldo, chiudi gli occhi.
Portoni sbarrati campane fisse
entravano uscivano cordialità
coro dei vivi cena e fuoco
né mercanti ora
giorni senza distinzione
nessun compendio macina il vento.

Un pentagramma un filo
un segno sul rigo un nido
un rossetto di nascosto
una zampetta sulla fune un grido
una risposta, te lo ricordi il mondo?

 

 

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Neve, il tuo amore resiste alla primavera

così resta grande il mondo anche dal buio della galleria

ingoia ogni cosa l’occhio della montagna se non lo vedi più

da simbolo a significato tra ciò che vedi e l’evocato.

Più bassa la volta più ti avvicini: stalli, dorsali,

leggii di quercia rozzamente tagliati. Il resto

lacerti, un se vuoi vieni. O amor di longobardi

o irrimediabile tornare, mentre donne

sorridono all’obiettivo col mare dietro

ferme altalene, gatti a caccia di lucertole

continuo raccontare delle cose

nel cielo imbalsamato annienta-volontà.

Frana la facciata, non l’insegna SALUMERIA 

alluminio dorato tende di plastica lucchetti

sul muro quel che resta degli uomini:

super grigliata mista,

sera agostana di inizio secolo.

 

 

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Non nuoce

Danza ruotando per ore

un lato poi l’altro

in excelsis esploratrice senza nome

si arrampica si appende

senza nome le terre conquistate, pianeti

gradi di luce e gioia prima del racconto

sfere, spinte feroci, desiderio. Forte,

ancora, forte! Con tutte e due le mani

come lanci un coetaneo all’altalena

e non temi, solo vento e luce

nel nettare che non nuoce

ecco l’alba prima della notte.

Ad uno ad uno l’ingranaggio 

e il suo operato, orna, veste

imbandisce espressioni per la cena

lungo il corso, nel supermercato.

Poi è tutto un cercare le parole

del racconto che faceva invidia

il racconto senza nome

sparito per sempre

nella gola del tiranno

 

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Ai grandi, bisogna sempre spiegare tutto

 

Gemma germoglio fioritura, sole luce primavera.

Si dice ai bimbi nel passaggio di stagione, col freddo seccano le foglie, si staccano dal ramo, gli animali vanno in letargo, l’albero ischeletrisce. Tutto tace tutto è in pace.

Persefone scompare e ritorna.

Dalle finestre occhi sgranati. Guarda che bei colori. Guarda com’è spoglio. Primavera estate autunno inverno, e ancora primavera.

Nuvole sole mare. Pioggia vento neve.

Libro dei mutamenti. Cucciolo di cane e gatto, cucciolo che eri, piccolo piccolo. Sorrisi. Risatine. Vita.

Libro dei mutamenti. Formula perfetta. Piccato l’uomo, doversene andare smettendo di nuocere.

Pelle di pesca zigomi di mela. Bambola di porcellana. Puoi avere ciò che vuoi.

Da lì a qui tutto ciò che è servito ad arrivare in questo tempo in questo luogo.

Ri-farsi non si può. Rinascere. Sì.

Vivere senza scorciatoie e senza inganno, bel coraggio. Senza mentire né barare. A natura non si comanda. Questo è. Farsene una bella ragione. La bellezza è questione complessa non riducibile a canone o numero. Essere sacro o prodotto con annessa data di scadenza. Scegliere. Lasciare spoglia e senza voce la Casa, non conviene. Ci accoglierà e sarà conforto quando resteremo soli.

La verità è il viaggio più crudele e avvincente. La verità nel tempo che si mostra. Parla ci sussurra. Incisa sua carezza presenza. Lontana spavalderia di bellezza e gioventù: in mano il mondo coi suoi attori.

Ma l’essenziale è invisibile agli occhi. Stupido e melenso mai. Scontato, magari. Magari! Stupidi quei tre argomenti di vita. Catene di padroni troppo ansiosi. Circo-scritti. Strette strette. Noia mortale. Calcio culi tette eccetera. Non elegante elencarli. Pardon. Basta avere udito, nemmeno fino.

Solo che ai grandi bisogna spiegare tutto. Che c’è altro, che siamo altro. Eureka evviva alleluja!

Chi indica e guarda la luna è detto disadattato, alienato incapace di fronteggiare il gran verbo, sicumera tracotanza arroganza. Poiché, quanto è triste constatarlo, chi si impone con sicumera e sfacciataggine senza mai dubbi vince a priori. Vince. Non c’è tempo di indagare osservare qualità.

Il problema forse è il profondo. Andare sott’acqua. Rischio d’abisso, oceano sconfinato, certezze poche dubbi a volontà. Segreto, mistero. Pescare una risposta, chissà.

Si diceva, restituisco complessità alla tua figura, ai tavolini di un bar milanese. Restituisco complessità alla tua figura. Non stirare la pelle o alzare gli zigomi.

Bisogna sempre spiegargliele le cose, ai grandi

Quando voi gli parlate di un nuovo amico, mai si interessano alle cose essenziali. Non si domandano mai: “Qual è il tono della sua voce? Quali sono i suoi giochi preferiti?
Fa collezione di farfalle?”. Ma vi domandano: “Che età ha? Quanti fratelli? Quanto pesa? Quanto guadagna suo padre?”

Allora soltanto credono di conoscerlo. Se voi dite ai grandi: “Ho visto una bella casa di mattoni rosa, con dei gerani alle finestre, e dei colombi sul tetto”, loro non arrivano a immaginarsela. Bisogna dire: “Ho visto una casa di centomila lire”, e allora esclamano: “Com’è bella”.

Immenso sconfinato ineffabile. Grazia, estinta e resistente.

Vissuto trasformato in gemme fioriture e luce.

È tanto per un bel viaggio. Sicuro non ci si annoia.

 

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