a Ramon

La colpa arriva prima di dirtelo:

fortuna che ci sono i gatti. Tu ascolti,

entri nell’ anticamera della parola,

nel fumo sospeso della sala d’attesa

di vecchie stazioni di provincia,

l’aria ferma, il silenzio, i gesti ancora lenti

il matto di turno, l’impermeabile,

le sue cantilene, le dita giallissime.

Ti fingi distratto, esamini l’aria

come prima del via al passaggio del treno,

allo sboccio di un fiore: è vero dici,

di certo danno meno dispiaceri.       

 

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Le bocce sembrano d’acciaio. Arrivano a terra dopo lanci faticosi, la caduta è un tonfo che allontana gli uccelli. Chiesa bizantina, Santa Maria di Miggiano, chiusa.

I due chiedono dell’apertura al pubblico, se e quando.

Il signore che poco prima aveva lanciato nell’aria di pineta e immobile passato una bestemmia bucando l’aria con un colpo da cacciatore, risponde di esserne il custode, ma che gli dispiace no, non ha con sé le chiavi.

I due continuano a guardarsi attorno, in quel mondo chiuso da una cornice verde bottiglia, mentre gli anziani si allargano salutandosi e si scioglie la compagnia. Forse andranno a bere un bicchiere, i più torneranno a casa, avranno un cane o nipoti, una moglie contenta o no di rivederli.

Una trama vecchia e vivissima da racconto russo coi personaggi ambigui e puri come pini di questa boscaglia su uno sfondo di macerie e apocalisse che non tocca il podere, pervaso com’è di odore di corpi non ancora marci.

(I due pure, scene prima, sono stati in luoghi di vita, voci, storie, tradizioni, appartenenza: un borgo abbandonato e un’ ex manifattura tabacchi)

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Verde Torre Rinalda

Su un muro di ultime pietre resine polveri cere

su venti di tramontana pollini passaggi di uccelli

voci lontane ostinati cieli, qua e là blu oltremare

lapislazzuli spari vette bianche di Albania

chi sorride a ogni sorpasso si sbraccia commossa

non è bambina, ciao a greggi e pastori

ritornando al paese rifà i passaggi di tutte le catenelle

degli uncinetti dei ricami dei rosari

all’angolo i muratori sono ancora giovani

fischiano, questo abbiamo visto, questo è stato

lettere francobolli suoni di incudine

fuliggini di sera dopo i catechismi, novene

grandi alberi di Natale nelle case abbienti

le vicine tornano dalla campagna mai a mani vuote

strade case piazze quartieri con in grembo il futuro

come l’aria bianca della Besana e solida di anemoni e archi

il pietrisco faceva incerta l’andatura

in quell’opalescenza tiravamo le nostre ragioni

come succo troppo liquido, le mie bruciavano di dubbi,

tu già correvi per le Ande, per la promessa di una fine

più gloriosa di una scrivania e uno sguardo incenerito  


Qui la fontana è nuova, resiste appena Santa Rosa

ogni mattina ti guarda negli occhi mentre passi veloce

ha ancora un crocefisso in mano, forse lo trattiene

al modo di chi ha imparato a trattenere calore nel corpo

come mai ha potuto fare con l’affetto

Ritorniamo a lanciare monetine

come quando la vita era ancora vita

e si sceglieva e le scelte erano feroci

appetiti incontrollabili di cuccioli

le linee tutte intere, 1 Il Creativo e T’ai La Pace

per il Cielo e la Terra ricongiunti

per ordinare e bene amministrare i loro beni

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Già era sciolto il nodo di Salomone, questa furia sveglia i più lenti.
Non si raggiunge l’altezza di stormo, banale dado tratto come il male.
Solo greggi armenti alberi gatti prendono gli occhi rifanno il mondo,
con Dio e una campagna senza pretese a intonare armonie perdute.
Tu che dici di lepri su lingue di neve dove non osa né intorbida il linguaggio
indica il sentiero della Madonna del Lago di Alto che solo tu conosci.
Noi, vedi, riusciamo appena a pronunciarne il nome

(Non si raggiunge l’altezza di stormo, ma si raggiungono le rose.
Grazie a Federico Federici che le dona, anche solo pronunciando la toponomastica dei suoi luoghi).

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Stormi

Stormi, Carovigno 9 gennaio 2022
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C’è sempre una ciocca fedele al proprio essere,  

che sfugge al diktat della piastra, del liscio

a ogni costo, dell’esteticamente corretto.

La volpe che la strada attraversa resta lì

come un fatto che lei stessa non vuole

crei clamore. Come il fiato di musicisti

tra le note gonfia di passi muti

i pentagrammi, eppure si racconta

nel silenzio e nel buio di una stanza  

abbia fatto piangere qualcuno

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Novembrine

Silentium

È il melograno che ora ti è padre

non sentono i tuoi lamenti

non vedono il tuo pianto.

Onomastiche conseguenze in affollati

spazi, nei parcheggi sociali.

Ma gioirai te lo prometto

se avrai un gatto per inverno

e un cappotto verde. Anche coi gradi

di questo finto autunno ti giuro

noi lo indosseremo.

***

Un boscaiolo sceglie pezzi di legno. Ha barba chiara e bestemmia. Accanto a lui, in piedi, una donna: metti quercia, voglio pure la quercia! Lui bestemmia, con una voce vecchia e bambina.
Sulle mura del borgo foto dal Vangelo secondo Matteo, Teorema, Il conformista, Novecento, Ultimo tango a Parigi. Depardieu magro, giovanissimo, De Niro.
Quelli che camminando hanno incontrato il boscaiolo, la donna e le foto sui muri, non è dato sapere chi fossero. Né da dove venissero.

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Santa Barbara

Santa Barbara è una fila di case

di uguale altezza, una accanto all’altra

senza piani sopra, solo cielo.

Una lenta sequenza di film muto

su crolli di masserie feudali, ovili, stalle

strati e strati, belati, storie, stemmi

fissati nella trama del pictor optimus

mossa appena da una nonna

che spinge l’altalena. Tu guardi

e non vedi più il senso di tanta strada

altrove, quanto è piccolo ciò che conta

e quanto poco conta il resto.

Nel silenzio della piazza e filari

di muri e uomini senza sorprese

integra resiste una parola estinta altrove.

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Io ho preghiere per gli Angeli

farmi diventare migliore chiedo

alleggerire lo scotto di essere straniera,

ovunque inadatta, per colpe che nessun

artificiere eradica. In macchina li prego

prima di farmi trapassare da ordigni

perfetti di sorridente educata ipocrisia

prima di essere immessa nel fuoco di lingue

caudine, nella guerra tra poveri a far la parte

del soldatino sperso che non ce la fa a sparare.

Non voglio essere nessuno, fate pure.

Potevo lievitare sì, farmi batterio nel ventre

di pasta madre, riscattarmi con questo o

quel successo frutto del mio seno,

del mio grembo. Sono qui invece

a mondare pavimenti, evitare almeno

la morte delle piante, sistemare al meglio

l’altare di ninnoli di vecchie vite,

mandare SOS ad altri sopravvissuti,

saluti, chiedere se sono ancora in vita

parlare col gatto certa di una più convinta

e pura comprensione, di un più innocente

innocuo amore.

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Saluti e baci

Giardini abbandonati restituiti alla città, persa l’anima che li abitava.

Manda fiori pietanze poesie il Monaco, in un silenzio di pagine nicotina e alcol, mondo buono che tiene in vita. Si sbracciano i morti uccisi dai volantini, dalla paga, da raggi non in saldo.

Uomini che abitavate locande in spazi di scrittoio e una finestra appena, prestati a donne silenziose devote o invadenti. Locande di confino, eterne, l’azzurro non vi lascia.

Bambine allegre perse nell’acqua cercando montagne oltre il mare, lo camminate nell’aria a molte miglia dal presente, ben salde in ciò che fu vero, vere.

Le molte cartoline lontane da qui, lettere francobolli prove di esistenza, atti di nascita di non più vive vite, violate sepolte da frane naturali, mutazione di connotati.           
Chi ha abitato l’aria da queste firme in qua?      
Calce bianca nell’ariosa urna postale incassata al muro fresca anche nella controra, cuore palpitante al rombo del postino, scale a perdifiato, via vai di vite racconti storie luoghi, nomi.

1. “Tanti saluti dalla nostra montagna”, Lina e Donato. Monte Coglians, Val di Suola, Dolomiti Pesarine.

2. “Pensandovi vi mandiamo saluti”, Monti di Carnia, Arta Terme. Atti di felicità, sagome di eterno, l’inchiostro sigilla. Tu ancora non c’eri ma restituisci, un’altra volta, le immagini attuali. Pieve di San Pietro, la più antica delle Pievi carniche, da lì passarono gli Avari.

Vivissimi per sempre, alcuni morti al mondo.            
Innamoratissimi qui, “Non vogliamo più tornare”, “è tutto stupendo”. Ora avvocati, alimenti viveri veleno.               
               
Vite prioritarie come francobolli, da questa piena di incendi, carenza d’acqua, più vispi gli occhi di chi scriveva.
Una visione, un dolore felice, un’allegria appannata ti guarda in faccia e non sai chi vede.
Intuìto Trono di Gloria, carro di Cherubini, accampamento di Serafini, barlume di stagioni primarie, eccellenti, poi normali.              
Rivedo anche un ragazzo di vent’anni sui cantieri di Ginevra, il James Dean degli emigranti, poi mio padre.

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