La tua pazienza ti avvicina alla luce

 

In coro in ciancia in ciarla

 

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Ella

 

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E poi per far fronte a Ella
già nata a spalle strette strette
chiuse, a stento agìta a corsi
e ricorsi, corridoi di silenzi
galassie di catasti informi
deliziose gravità che pure
immaginavi prensili dall’oblò
della pagina che promette tutto
prima che l’uomo perdesse la presa
il dito che afferra la clava la preda
il giornale la penna l’amore
la fricativa appesa all’addentata vi
ta,
Ella,
addentato niente, presa per sempre
persa,
far fronte al mostruoso e santo
mondo, sua dislessia epilessia sua confusione
da quel lettino aperto che tutti siamo stati,
farci poi a guisa di sorgente capovolta
in coro in bar in ciancia in ciarla,
cavalieri di malto e di tabacco
per ben masticare senza fretta pane
e feccia, nel pan per focaccia globale
nella mise en scène di perle ai porci
nella mise en scène globale, all’ideale
nostro offerto poi impiccato all’asse
kebabbaro: pur sempre sorridenti
pur sempre conviviali, chiaro

 

 

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Lettera

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Lo ricordo bene il silenzio del primo bosco, così profondo che vedevo le impronte del pettirosso e la direzione che il vento snodato e mite dava alle formiche.
L’occhio si accorgeva di movimenti impercettibili e suoni precisi o lontani, visioni su una tela nivea. C’erano attrezzi spaventosi e fissi, forse per la legna.
Qualcuno da queste parti si fa chiamare boscaiolo e abita qui vicino, mi dicevo.
Faceva la paura che il bosco fa nelle pagine delle favole scure, guardare più in là metteva i brividi, trama fitta di tronchi, abbagli improvvisi di luce e voci di creature nuove. Sapevo di starci dentro, sono nata per questo momento pensavo, quindi non mi voltavo per assicurarmi della tua presenza.
Per quanto l’aria si facesse nera andavo, il picchio mi stordiva e incoraggiava fino a quando ho capito che ero sola, e ho cominciato a trasformarmi in corteccia insetto muschio foglia tana becco.
Una di quelle cose che il bosco non può temere e fa addormentare lì, ai suoi piedi.

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I giorni della neve

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(Nessuno sa nessuno vede
Guarda il cielo)

Rit. Più veloce della luna quando cala
la neve se n’è andata e più veloci
della neve certi passi a tramontana

Ago filo nozze d’oro
astri dell’inizio con ritratto
bottoni sparsi bottoni allungati
nell’incerto obbedire dei giorni
ago filo silenzio e neve
patria che ritorna mette pace
nome trattenuto in bocca
pronunciato taglia l’aria
il cielo che guarda è buono
muta e non muta, si muove
fisso, è buono. Le sante alture
il ritorno degli occhi ai passi
Esultate donne di Betania
il nuovo mondo cammina
non sarà mai più freddo
per via del decoro eterno

Più veloce della luna quando cala
la neve se n’è andata e più veloce
della neve certi passi a tramontana

La donna che vede la neve
da latitudini non sue, ripara
nelle forme che ritornano
dai vetri di bottiglia e danza
una danza solo sua di una neve
che non è la stessa e dimentica
per un tempo da bruciare
la vecchia da accudire
un’altra assenza e storia
per un brindisi estraneo
caduto nell’esilio tra gli ulivi

Più veloce della luna quando cala
la neve se n’è andata e più veloce
della neve certi passi a tramontana

No, signora signorina non ci siamo
di che parliamo? Bianco o nero?
La grafite non è mai così appuntita
e la cruna non si arrende a un filo
si rilassi invece e guardi la città
che si arrotonda, come piove gialla

Pioggia silenzio cielo buono
ancora sfuggi all’uncino del tiranno

 

 

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Compimento, per Eclisse senza cielo

Angelo senza cielo, Romano Sambati, 2011

Romano Sambati, Angelo senza cielo, 2011

Romano Sambati, Angelo senza cielo 2, particolare

Romano Sambati, Angelo senza cielo, particolare

 

           a Romano Sambati
e Carlo Michele Schirinzi

 

(L’alloro è contento
in pasta piccola piccola
olio sopra, 
compimento)

***

O cilicio o grazia

o cornucopia di crepe

o raccolto senza raccolto

mal nato involuto tempo

perfetto atto in perpetuo

albescente respiro, compimento

Tiro di sigaretta, in fine

Tu riposi in occhio che sfiata

spinge sfonda inabissa

Mondo a latere corpo a corpo

a latere, a piè di altrui pagine

mano tua su neve difesa neve 

o ruggine o cieli o crateri

o cenere lupi agnelli gessi

spatole lame e malaluna

e fionda opale e poi opale

in tacita messe e lattescenza

per dire tensione tremenda

in sole colature di eterno

e stremo corpo a corpo

di Elementi in dio rami deserti

in resistenza antica lampada

pigmento fuoco e acqua

fuoco e acqua compimento

e tu ripeti tremenda tensione

all’occhio che sa e fa dell’atto

atto a fuoco – gelo – infinito resto

 

 

 

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Luce

fou

 

Non capite, la ferita è luce

la morte compagna

voi non capite, ripeti

 

il mondo che non vivi

ti fa immenso, la grotta

il freddo la lentezza

 

respiro immacolato perfetta parola

lo sciacallo non si avvicina

numero maestro, gemello

 

tu conservi la lingua degli amanuensi

del Dio scuro e di quello misericordioso

tu spada e miele, agnello e serpente

 

di croce in croce di città in città

di casa in casa di cena in cena

la tua sete – qui – non ha sorgente

 

Giovanni il lampionaio padre di Lucia

con una fiaccola illuminava il mondo

Così era, e luce teneva luce

 

Chiudi piano la porta, l’ascensore

riconosco i passi che non fai sentire

il modo che ha la grazia di resistere al mondo

 

Per questo ci siamo conosciuti

silenziose voci e passi invisibili

per questo non possiamo separarci

 

Il modo di far tacere le rovine

due armonie due silenzi due fuochi

l’occhio della vita inginocchia il mondo

 

 

 

 

 

 

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Napoli

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Tu fai del marmo acqua

una placenta di pietà, un bacio

vita ridata inesorabile

contaminazione

 

1390, nessun dato su copista

e miniatore. Certi silenzio e cura

Più in là Summa contra gentiles

verità accessibili alla ragione

 

S. Chiara ha il giglio nella mano destra

i devoti e un libro nella sinistra

Anonimo l’autore, XIV secolo

Poi un diurnale

 

Le pagine assottigliate dai topi

le corde che le tengono

la pace che viene dall’eternità

appena intuita, trascritta a mano

 

Nicola e il suo canto, un mattino di luce

zaino in spalla occhiacqua e cervello fino

il presepe stabile nella vasca da bagno

un disappunto, un biglietto di ritorno

 

Un muro separa il topolino morto

dal Cristo velato, è un giocattolo

ma un bambino dice di no. Un principe

la sua vocazione nera, essere per sempre

 

Le offerte non sono di carta

suona il campanello del palazzo senza ascensore

offre un piatto di trippa fresca fresca

a un prezzo convenientissimo signo’!

 

L’America dov’è? Nessuno fa l’americano qui

Danza di grazia scostumata

capitale d’uomo che non s’allocca

nessun sale europeo scioglie la luce dei vicoli neri

 

I letti sono caldi, autarchici cuori di flanella

I mattini di giugno ma è dicembre

Salutiamo il vulcano con la pubblicità

di un comodo funerale a rate

 

La vita nascosta della grande edera

 

 

 

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bimbaneve

 

Forse almeno oggi pioverà

abbiamo anche cantato

la canzoncina della pioggia

 

Guardate gli alberi verdi

e quelli con le foglie gialle

Ciao, signori alberi

 

Viale Don Minzoni è giallo

lui sì che ricorda l’inverno

i platani si scoraggiano ma per poco

 

il tempo di illuderci spetti anche a noi

questa stagione, per quanto malconvinta

I bambini a volte guardano

 

da uno sguardo vicinissimo e turbato,

nelle loro pupille spazi immensi di città

incenerite, atlanti di terre spaventose

 

nero mare pesto da una barchetta

luce improvvisa di iceberg

all’uscita della sala da ballo

 

A volte sembra vedano i dinosauri

 

Quando avranno dimenticato tutto

quando il tosaerba avrà fatto il suo lavoro

appiattito e uniformato per il bene di tutti

 

niente e nessuno gli darà ragione di quelle

visioni, di quelle apocalissi che tutti gli organi

avranno imparato a digerire

 

I bambini sono convinti

di quello che dicono e vedono

I bambini non hanno mai dubbi

 

 

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Inagibile

 

la-piccola-fiammiferaia

 

La bambina ha passi invisibili e muti

percorre venti volte il corridoio

prima di entrare nella stanza degli altri

 

Ha una voce flebile

un filo di ragnatela appeso al cielo

 

Solo i gatti ottengono senza chiedere,

le foglie, lo zelo della polvere, le zanzare

Casa inagibile. Nessuna lingua madre

 

Avrebbe saputo dell’anidride carbonica

che almeno le piante ne fanno buon uso

 

Anche nel bar senza ambizioni di P.ta Ticinese

in pochi intuimmo che alcuni uomini

sono utile concime per altri uomini

 

Poi riprendemmo la briscola, l’amaro

quel po’ di conforto del sabato

 

Si perdono dati in questo mondo

si perdono contatti foto files selfie

anche vecchie paroline d’amore

a cui quel giorno abbiamo creduto

 

Mentre tutti dicono “quanto ci manca”

“come faremo senza”, puntuali parole

necrofile, ceralacca di vite senza vita

nell’ossessione comune del dire, del nulla

 

Il barista fissa il telo di plastica al legno

un tenero rimedio al freddo

Per quanto batta e inchiodi è il gelo

ad avere la meglio tra dentro e fuori

 

 

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Rose a novembre

 

Solo le rose hanno potuto di più

fiorite in numero di 2 nel mese dei morti

La proprietaria è incredula, incredula e stanca

densi occhi nicotinici di chi ha sofferto tanto

 

La proprietaria delle rose

La proprietaria della casa delle rose a novembre

La donna dalla pelle di caffè che venderà la casa

La donna che ha una figlia e tante fotografie

 

In nessuna c’è un uomo

Solo un padre in bianco e nero col sorriso buono

un paio di Wojtyla e qualche Gesù

Nessun padre attuale e degno

 

Le cose che si impongono non hanno parole

Sono le rose in numero di 2 nel mese di novembre

Anacronistiche creature di questo piccolo giardino

nate nel mese in cui si muore

 

Il resto è sfocato. Ogni cosa e per intero. Sfocata

Al pari delle voci di notte nello scompartimento

quando viene il sonno

A nessuna di queste fiammelle indistinte, crederemmo

 

A nessuna di esse affideremmo una promessa

La voce dal telegiornale dice di uomini senza casa:

Siamo rimasti in pochi. Vanno tutti sulla riviera

Ma il paese è nostro. Lo dobbiamo conservare

 

 

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