Del pesce e dell’acquario

me ne vado nuda e fiera
mi porto l’umanità nella pancia
nelle braccia gotiche e snelle
sui marciapiedi, per i vicoli stretti
non so se mi difendo e strappo
o mi porgo soltanto indifferente
al silenzio al buio al niente

***

né linea più fedele all’orizzonte
il palmo stellare preme il muro
sui secoli di pietra. striscia la lucertola
le lancette dell’Immobile Afono
l’eterno movimento che conosce
tutti riavvolti i respiri degli animali
i muri d’oriente appiccicano nomi,
foto smunte, attrezzi
camicie del ‘900 sui muri
gialli che il sole avrà. ferro
alla terrazza, geranio orfano d’aria
ceduto alla domanda scomposta del gatto
uno scalcio d’amnio innaturale
attutito da altri mondi in mezzo
dal silenzio pieno che verrà
tutto resiste al sinistro rombo di vento
venturo. la colomba appollaiata in cielo
l’ultimo sorriso la cenere bianca
l’ultima sillaba gracchia sul marmo

bilancia d’acqua

passarsi la spugna lenta tra il collo e il braccio,
magari con la sottana trattenuta ai fianchi
chiudere gli occhi e appendere il profumo al cervello,
farne un fatto d’atmosfera, un’altalena sospesa
a fil di cielo. la solitudine versata nella durata lunga
del mare, nell’acqua che sciaborda. già mia madre
mi teneva così, raccolta e appesa
nella bacinella trattenuta da due sedie
con le labbra che soffiavano le sue mani insaponate
già mia madre mi teneva così, già sapevo la bilancia
d’acqua, la distanza eterna e rarefatta di esserci,
creatura di grazia, senza stare

***

franeremo, saremo tempo claudicante
le incerte, le casuali, goffe geografie
nessuna tregua al singhiozzo,
malaccomodati. sperano spereremo
estasi per le accorciate estati
o ebbrezza, per favore, per la via
chiederemo questo a elemosina,
incoraggiati più da alcuno orgoglio
alcuno vanto. come i pellegrini
il pane, purché sia pane,
anche sull’uscio arrugginito e secco

***

di lì a poco un’altra porta
l’anticamera di Alice
la pioggia al riparo
il vapore alla bocca della scarpa.
sfatti al tempo, faro coperto e fumante
la sigaretta all’altalena
orfana di fiamma al fuoco vasto
e gocciolante
resta lì sotto il giallo campanile
al quadrato di una scena capitale
impalati gli uomini e il profitto
impalati i venti
l’oro infrange occaso e la sua scheggia
il duomo resta eterno
eterna la bellezza inverginata
eterna la staffetta

Lamento per la morte di un elfo

nulla muove la pozzanghera
eppure è acqua l’acqua che la colma
e dipana sì, saltellando come può
il mistero del sole e della pioggia

basterà a farlo sbranare l’ipotesi alchemica
che tenga interi i tondi e gli spigoli cattivi
i bordi no, non sa che farsene
ma la sua bocca

magari vicino alla lampada blu e la stufa lì
una sorveglianza impacciata che richieda zelo
e la vergogna di non immaginare il senso
di tutti quei mondi stropicciati

stropicciato all’avvenire coi pantaloni senza appiglio
scala piramidi e alghe profumate
come sa come vuole come gli consiglia
il vento

di che si nutrono questi animali. di che gli elfi
squarteranno una donna di denari e l’appenderanno poi
all’albero della cuccagna fino a piangerla in coro
per amore

se lo guardi e sai, scivolerai lenta al fiume
come una barchetta a largo del sonno
basta leggergli le mani e le gambe sottili
al pianoforte muto

l’olio all’acqua per la luce eterna
l’olio che galleggia e porge la palla al bambino
tutti quei bimbi spaventati e i matti e i giocolieri
e tutte le eredità dell’abbecedario,

nei suoi occhi. e una verità che canta al dondolo
di una mistica implorante
in un giardino d’acqua profumata e insalata
un giardino caldo. di primizie mortali

provaci poi a restare quando stapperà tutte insieme
dalla nave stellare le armi, le mille acrobazie del fuoco
e dell’acquario. o una pira di fieno incendierà
al nuovo giullare dei turchi. senza nome

***

quei treni arrugginiti strappati
all’andare coi finestrini rotti
decapitati alla domanda al vento
e una sola manciata
di umanità roditoria e indaffarata.
l’azzurro terso e un urlo
appiedato tra cielo e terra
realtà di creta spacciata al taglio
irregolare del vetro e dell’avanti
la forca e l’imbarco nero
un soggetto fin troppo straripante
ma il biglietto dal cuore della città
sfocata, addormenterà ogni cosa inquieta:
un elfo muove parole e le soffia
fino all’orlo di un senso vivo
in de ci fra to

***

Il polso che afferrò la mano e somme superfici
al soldo dell’azzardo perfetto impronunciato
ostaggi del suo tabarro i senza corpo fiati
tondo l’artiglio, l’ortica, precisa la bestemmia

Tenuto il verbo tenuto il sonno astante
imbarazzato, troppa grazia per i giorni
di queste lune a chiazze e stanche
facevi lento senza scopo e briciole

E il suono e l’obbedienza intera a poco a poco
fatto sangue il sangue creduto fermo, tuono
abbia a ricordare l’unico prodigio, il solo

Di questo che ritorna soffio d’altra aria
altri nomi e venti, altre mani scoperchiate
le cifre irrisolte eterne che ci sono state date

postuma

saremmo stati generosi fino in fondo
moltiplicando i pani di testimonianze
e confidenze postume. – su, il fianco e la bava
fredda alla moltitudine, all’addiaccio, su!
alle lingue secche la chiave stretta
e la calligrafia-
gli amorini e l’amoretto nei debiti cassetti
forse anche omosessuali.
e noi sorridere altrove con un whisky in mano
del miracolo ingrato al contrappasso
come il giorno di sole e la pioggia marzolina
fare finta che tutto sia normale.
e chiederci se la stessa sorte sia toccata
al cane che senza tregua ormai e da anni
abbaia il suo lamento alla campana

***

immaginate ora le macerie, la pietra nuda del dopotutto.
la sensazione breve di ciò che fu. quei moderni post. quei dinosauri.
cos’erano i giardini e i palazzi gli asili i mercati i mendicanti le città.
voci all’asta dello scherno e del trofeo. il viaggio.
cose nostre immortali alla bavetta.
cos’è il prima e il colore. un pianto di bambina
le parole scritte in spazi crudi nemmeno di museo.
i letti gli eletti il sangue, vuoti al sedimento.
al ritrovamento possibile.
mura strette all’ossigeno mancante tutte inodore e incolore
forse solo un’eco di bruciato, appena
ciò che può avvenire dell’estrema decadenza
il fatto solo di un niente e la certezza di un finale verosimile
né obbligato alla storia più

***

verrà che non abitiamo i nomi
non li saprete più pronunciare con l’incoscienza di prima
quando tutta l’appartenenza bugiarda si solleverà
troverete tra voi e ciò che era
la carcassa di un giardino antico e scomposto
la roccia che ha fatto riposare i 1000 tempi
la cintura sfilacciata che tiene il cancello arrugginito
la polvere delle intenzioni ingrossare gli scheletri
dei passeri spaventati
solo tre note a perdita d’occhio sull’ultimo filo elettrico
muoveranno appena un’immagine persa e familiare

vite infette

la luce d’oriente un po’ prima del buio
avvisa ipotesi di vite infette
avvisa feritoie d’appartamenti
maleodoranti dove un cane assiste accecato
al flash di traduzioni esatte
al diluirsi lento strisciante
sul dorso acquatico della circonferenza
perfetta. netta nascondiamo una domanda
sull’ora in cui s’incontrano i due punti
se prima o dopo il chicchirì del gallo

BERTRAND E JULIE

la morte s’inginocchiò che era cosa sconosciuta quel cadavere giovane di un
amore che si puliva ancora le labbra delle sue libagioni infilate di sangue e
alcool tra un Monet e un Picasso tra foto linguacciute e bilancini di
precisione.
una croce si contorse e con gli occhi allucinati invitò alla rassegnazione o
alla rivoluzione della carne. schiodarsi, in realtà, e soccorrere, non lei,
l’assassino. consolarlo. schiodarsi chiedeva alla seconda inattesa Passione.
dagli orifizi dell’appartamento qualcosa filtrava. sottile e inesorabile,
gonfio di peste e maledizione. di morte o liberazione. che colava polverosa
come da abissi di galassie in fuga o come imperituro fuoco di eugenici esseri
terragni.
era l’ Avvento. il suo proclama. a raccolta chiamava i destinati.
Julie, la morta, sorrideva al cuore sacro e puro di Bernard mentre il suo
gocciolava come un acquerello distratto.
quando arrivarono lui salterellava con le labbra ipnotizzate sulla fronte, sul
mento, sugli occhi di lei e sulla bocca, come in una danza a croce di
calvario.
quando arrivarono, Bertrand immaginò di perderla. e svenne. poi rinvenne. e
vomitò. quando arrivarono lo ammanettarono. lui piangeva e gridava SEGUIMI,
Julie, SEGUIMI!
nuvole color muschio si affacciarono allungandosi timide dai vasi, dai
cassetti, dalle valigie scomposte, dagli armadi aperti, dal buio vuoto di scarpe
spaiate.
e una nenia sacra veniva come odore indecifrabile e si gonfiava ed espandeva a
tela o canto di penelope.
i polmoni rossi della Terra venuti a congelare il frutto acerbo di un’altra
Storia.
un tentativo precoce e perfetto di resurrezione.

***

Gli anni i cieli appesi a un nome
ogni stanza, doga, misura delle cose
vischio alla pietra, annuso di bussola (la)
la sola direzione fuoco spento il resto
gli altri punti cardinali
Scricchiola e sibila ribelle
il banco vuoto della scuola
il nodo di un altrove senza errore
per la pelle e stracciata libertà
Saranno nervi tesi, tesa ai denti
questa stretta umanità mi annega

“Picciol cosa”, cosa intera e sana
cosa sanguinante e pura
balsamo, pietà, amorevole cura
figlio e non madre a modo d’altri
amore, il mio, incapace amore
Mi spingo come i nani da giardino
altre fosse, altre feritoie
ma siano sospese al vento, sfatte
nicchie per le ipotesi sottili della pioggia
che alcun peso ha mai concesso
fuor del suono luminoso sopra i vetri

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