Chiuderanno gli occhi

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svapora in un corto respiro il destino. la destinazione sacra per noi. domando
se strapparsi al consumo quotidiano sia possibile. possibile fare – di questo-
mattone e giardino. vestito e albero. farlo carne e sangue. suono e fuoco.
farne verità. storia che scortica e sgrassa questa processione stanca. un urlo
azzurro, un parto che squarci i lamenti saputi, la destinazione finale. farne
vita, insomma. al sommo. ridotti all’osso dalla disappartenenza che pure,
definitivamente, siamo

***

in questa esatta stasi dell’ora al mezzo, avanzo di primavera meridiana,
ecco un eletto vento mordere il bacino del derviscio. dipana, vedi, nodi e
necessità come zucchero grumoso – i fatti – in liquido bollente. le spiegazioni
scucite alla precisione, epilogo suggerito. è appena l’ora di farsi
strappare questo soffio.

***

passa l’immagine del principio beato dal flauto di bimba che suona inni senza
storia. accavallo ricordi che verranno a quelli perduti, come fogli bianchi
senza controllore, per i prossimi documenti. si allunga al sole il corpo,
alla carezza calda che arriva generosa e ammutolisce. tiepida brezza e bianco
di Lisbona. vedo già, ancora, un ordine puro rovesciato, lasciare bave di
affacci ipnotici. così, con questo sole e questo canto lento che apre alla
bocca divina come fontana di miele. sarà questa la qualità della danza.

***

velo, ma senza intenzione, per il destino mio spezzato alla parola. questa la
tensione della luce che artiglia il nero fisso, il limite alla caviglia. questa
la risposta nella luce di Lisbona, in questa luce, qui, dove sai riposo
inquieta. l’odore esatto che riconosciamo come anello superiore alla
genetica. questa la resistenza del titano, alla vita scorticata dei rimandi e
dei riflussi che coltiviamo decisi, in un unico giardino

***

riconosco certo la luce e la poca nebbia dei luoghi che ci hanno cuciti come
martiri al palo. la voce bianca al fondo. il grigio della resistenza tra chi
non sa. ci sarà restituito il sangue, la poca pelle tenuta ai denti prima che
morte ci strappi all’indietro? o lì ci compiremo? destino dei venuti
dall’oscuro grembo di brina. senza testimoni avvistare il non credibile dalle
feritoie arse di sangue.

***

una fibra di grigio al cielo. senza nome. senza forze costrette a pesare.
catrame. scappàti il tempo e il pensiero alla terra bassa. volàti lunghi di
qua, di là all’ala verde della nota. la rondine e l’odore. la scia perduta
all’ingiù del tramonto. oppure ovunque altro. ovunque oltre questa pezza opaca.
i secoli annusati alle bettole, i fiamminghi al mastello, la finestra sulla
neve, la minestra bassa alla sera scesa buona, il fare silenzioso dei popoli
dell’Asia. o gli ubriachi, le danze tossiche degli amori osati puri. (osata
pura).

***

si impara poi, il capriccio del tempo. le soste sbagliate e mai al sincrono.
si schiacciano di polpa il cuore e la gola all’insaputa. poi ritornano da
lontano. comincia pure inquietudine del dopo. spezzato l’ultimo dente della
giovinezza all’albero. lanciato poi dove? si avanza solo con incedere inverso e
nuovo. ma non tutti lo sanno. dovrò radunare forze che tengano al caldo la
grazia e sotto i piedi, ancora, i vicoli. sia pure di altre città.

se tutto, poi, è stato detto…

***

un dolore antico tiene al guinzaglio la caviglia. (creatura ebbra che leggi e
di evase tradizioni. non riordino né riesco indifferenza al corso minuto
dell’evento). il contrappasso dei gradini superiori in volo estatico. la vita
tra i denti e un mondo non strettamente appartenuto: e tutto inspirato. la
compassione al rigagnolo putrido della strada. e tutta la separazione al collo
debole d’occidente. la bilancia tiene male l’eccesso e il bavaglio. non basterà
il tempo a capire. non mi basterà il vento e la libertà. il denso inebriante
delle danze danzate non vede la sua faccia allo specchio regale delle ipotesi.
queste mie sorelle a cui non solo il sangue, non solo il tempo, non solo il
respiro o la carne… ci sono traiettorie destinali che stordiscono anche i
guerrieri. come lupi alle bambine rosse. questi passamano dell’ovest che
incoraggiano a discesendere. né da orfeo. forse un problema di dislocazione.
forse si insiste a svegliarsi dove non siamo. ecco: stanotte il mio corpo era
quel ciliegio. caro Atlante, angelo al cornicione. inforcare così, con
l’indifferenza di un assassino, tutta la mia ipotesi di redenzione

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