La cruna e i dadi

Quindi il pensiero è scivolato sulla pelle eburnea: non sporca il tempo e l’uomo non può offendere ciò che non è vivo. Il mostro fa strada al nulla prima che il nulla sia. Badate, dice, bisogna perdere la faccia e sentire la voce degli ordini, beve un sorso e la stecca è nella tana. Da qui, evitati i ritornelli gli stornelli i tornei. Antonio dice mangio poco perché lo stomaco si è ristretto e siamo noi i medici di noi stessi, mangia il panino e il tè prima di cominciare la partita al tavolo verde con PerdereLaFaccia o un altro. Siamo tutti lì, i tentacoli della giostra in tresca di salsedine. Neritan racconta la parte a nord della sua terra, selvaggia, suole solo d’abitanti, non c’è elettricità, non ci sono strade, animali tanti, sono felici, mangiano e bevono e seguono un codice, una legge, la loro.
Ogni sera, rosse guance e barba, i polsi afferrati stretti, lì ondeggia Dark Barchetta, Sir porto, l’assenzio per la pace, ostinata anfora jonica, fino ai 30 e non più. Il tuo nascondiglio è sparpagliato, l’eremo, imperfetto. Per dirti che ti vedo.
Alice vende il futuro, l’altrove-qui. Non oltrepassare la grande acqua. Davide inquieta la sedia, Angelo ha smesso di fumare, l’altro se la ride: mente naturale, il mondo così come ci sembra, non esiste, è il linguaggio la trappola mortale. Maria Luisa, signora B, suggerisce: ringraziate quella donna che mi tiene ancora in vita, è la cuoca e mi nutre di odori. Quella notte dovetti fare i costumi per lo spettacolo del giorno dopo, gli altri non gli andavano più bene, quindi li finii con carta ocra, era già mattina e andai a scuola. Le notti me le ingoiavo, ora annuso zolfo. Occhi aperti, due cerchi chiudono al resto, neri. Non c’è più resto, né bene. Le ore sono 24, tolte due per l’igiene personale, se ne avevano altre due, chi riusciva, per dormire. Lei non le ha mai avute. Santa Cesarea ha tarme di silenzio che scavano il bianco e affondano un mare dogana, il laser rileva pensieri e non puoi più entrare. La mano al pianoforte della controfigura è diafana, quella della figura olivastra: si procedette a tre ore di estenuante trucco. Lo ha ridotto a kimono, dice Jef, come il museo di Kafka, le spille e la ghigliottina rumorosa. Nutini, stasera. Non lo conosco, lo vado a cercare. Ti piacciono però anche brutti. E quel nastrino giallo che sbuca proprio lì, maliziosetto? E’ il labirinto scavato sull’albero, in aghiforme spirito si entra nella cruna. Il cielo è verde, facciamo la fila insieme, tu in bicicletta, io coi dadi. Presto.

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3 risposte a La cruna e i dadi

  1. aldo augieri ha detto:

    si ho visto. poi si andò al mare

  2. cristina bove ha detto:

    propizio è attraversare la grande acqua
    come sta il cielo sopra
    e sotto il mare…

    per la prima volta qui,
    ma tornerò
    cristina.

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