Le bocce sembrano d’acciaio. Arrivano a terra dopo lanci faticosi, la caduta è un tonfo che allontana gli uccelli. Chiesa bizantina, Santa Maria di Miggiano, chiusa.

I due chiedono dell’apertura al pubblico, se e quando.

Il signore che poco prima aveva lanciato nell’aria di pineta e immobile passato una bestemmia bucando l’aria con un colpo da cacciatore, risponde di esserne il custode, ma che gli dispiace no, non ha con sé le chiavi.

I due continuano a guardarsi attorno, in quel mondo chiuso da una cornice verde bottiglia, mentre gli anziani si allargano salutandosi e si scioglie la compagnia. Forse andranno a bere un bicchiere, i più torneranno a casa, avranno un cane o nipoti, una moglie contenta o no di rivederli.

Una trama vecchia e vivissima da racconto russo coi personaggi ambigui e puri come pini di questa boscaglia su uno sfondo di macerie e apocalisse che non tocca il podere, pervaso com’è di odore di corpi non ancora marci.

(I due pure, scene prima, sono stati in luoghi di vita, voci, storie, tradizioni, appartenenza: un borgo abbandonato e un’ ex manifattura tabacchi)

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