Domande di Giovanni Fierro su “L’impero che si tace” per la rivista Fare Voci

“L’impero che si tace” ha da subito una connotazione, non solo stilistica, molto forte. Perché, mi sembra, il primo scritto già racchiude l’intero respiro del libro. È così?
Sì, il primo testo è lo scrigno in cui è riposto il senso del libro.
È la scena iniziale dell’impero, il primo respiro, riportato su un taccuino violaceo e blu con scritte dorate arabe.
Non conoscevo ancora il destino del “lento zoccolo di cavallo”, ignoravo avesse scalpitato a lungo, galoppato fino a quasi 100 pagine percorrendo tanti luoghi, reali e dello spirito. Ero a Udine, c’era neve, tanta, steli secchi di gelsomini nel giardino attiguo alla casa, e silenzio. Allontanando lo sguardo, le montagne.

Cosa lega tra di loro tutti questi ‘piccoli’ racconti?
L’Impero è la radiografia del mondo muto, ciò che vive nascosto ai vivi.
Cose e insetti, attrezzi agricoli, cancelli arrugginiti e finestre di borghi abbandonati, giardini e vicoli nascosti. Boschi, ombre, mondo fatto piccolo. Rivelazioni, boule de neige.
Il macro, il rumoroso, azzittito da traiettorie di formiche, candore e silenzio di neve, suoni e colori del mondo vegetale, fili d’erba, gesti minuti e invisibili:
l’andate in pace di un prete rivolto ad una chiesa vuota, il francescano che spala neve a piedi scalzi lungo un viale di Milano.
L’impercettibile, il minuscolo, il silenzioso come braccio d’Aleph, ricongiunge cielo e terra, natura e umanità, ristabilendo una intemporale cosmica armonia. Tutto è ridotto all’essenziale: uomo e vita, sacralità originaria. Creato e creatura. Tutto ciò che dal silenzio viene generato, svelato, custodito. “Arrivare all’assoluto silenzio. Le cose del cielo ci appaiono lì dove un silenzio le avvolge”. Questo lega ogni pagina del libro, ogni “racconto”.

Tutto il libro, ogni frase scritta, ha in sé musica e ritmo ed è veramente ‘da suonare’, anche a voce alta. È solo una mia impressione?
Musicalità e ritmo secondo me sono elementi costitutivi della scrittura poetica, memoria arcana e arcaica di suoni stratificati nel tempo come l’ipnotica e salmodiante voce di nonna Lucia mentre recita il rosario cui assistevo da piccola.
Per quanto riguarda “L’impero che si tace” avranno contribuito anche la malia, l’affatturamento, il mistero della spoglia e severa bellezza delle terre visitate, il Friuli in primis. Non sfarzo, chiacchiere, sguaiataggine, ma sensuali silenzi che cullano suoni e ritmi di versi animali, fronde d’alberi, corsi d’acqua. Musica e ritmo della natura.

Il Nord Est in questo tuo libro è molto presente. Come mai?
Per vicende private ho avuto la fortuna di conoscere e esplorare il Friuli Venezia Giulia, immergermi in quella terra magnifica ostinata a non ammiccare al turismo di massa, né alle pratiche di movide riminesche – gallipoline.
Montagne, sentieri, silenzio. Poche parole. Attenzione e cura verso la propria storia e quella dei figli illustri. Si bada a ciò che conta.
Ne è nato un profondo amore. Desidero ritornarci. Viverci, forse. Chissà.

Il tuo è un lavoro anche sul tempo. In queste pagine ci sono tradizioni, ricordi, momenti che sono passati. Pur costruendo un presente dove poter stare, dove essere capaci di mettere radice, in qualche modo.
È un aspetto che già dall’inizio faceva parte del progetto del libro?

Ho registrato esperienze che si davano come solenni, assolute, perfette.
In quegli anni avevo l’esatta percezione di vivere situazioni e luoghi che mi aspettavano da sempre. “Sono nata per questo momento, pensavo”, scrivo in Lettera, riportando le impressioni di una passeggiata nel bosco. Un’ esperienza destinale che diventa nucleo di un racconto animato da cose invisibili, mute, plumbee.
Il dato autobiografico, esperienziale cede il posto alla voce delle cose. La cosalità, gli umori del tempo, degli animali, delle montagne, del bosco, dei minerali alla fine imperano, annullando la presenza di un io, animano un canto che ha vita propria, autonoma rispetto a chi scrive. Gli anni dell’Impero segnano vicende storie incontri rivelazioni unici, l’acme delle esperienze vissute, la vetta più alta del massiccio roccioso fin lì camminato. Poi, dopo, l’ordinario. No, Giovanni, nulla era previsto.
Il libro si è fatto solo, quasi fuori dalla mia volontà. Ciò che vedevo, cui assistevo, tacendo si faceva scrivere.

Ovunque, in questo tuo raccontare, c’è l’impronta della poesia. Che diventa strumento per ‘sentire’ e raccontare meglio, con maggiori particolari ed evocazioni, tutto ciò che vai via via narrando. È così?

Come poteva tradursi la nuova armonia delle cose estranea al dominio dell’uomo, quell’inedita complicità tra creato e creature se non con la parola poetica che cerca sempre, come direbbe Rilke, di nominare l’immane, l’inaudito, l’accadere dell’inizio, la prossimità all’originario? Solo poesia accorda udienza all’invisibile, a ciò che (per i più) tace.
L’impero è anche questo: un tentativo, da parte delle cose mute, di imporsi sul totalitarismo del linguaggio mercificato, quello spolpato di ogni richiamo e riferimento al sacro, al mistero, alla spiritualità. Quel senso che si fa strada, come direbbe Luzi, e che non è in luce, non è evidente, la densa nebbia che lo sguardo scorge oltre il bordo del reale, non potrebbe darsi fuori dal linguaggio poetico.

La seconda parte, “Amnistie”, ha un continuo sapore onirico, molto visionario. In questa sezione ci sente trascinati via, immersi in qualcosa che sorprende e stordisce. In queste pagine, dove porti il lettore?

Nella seconda parte del libro, “Amnistie”, si registrano – senza essere raccontati – i fatti della vita mentre vive, la vita quando accade. Sgovernata, sgrammaticata, furiosa.
È la strada e non prende fiato, camminata da sparuti superstiti umani: i senza padroni, i combattenti, gli ubriachi, gli ebbri, i folli. Les analphabètes, direbbe Artaud. Un circo, una giostra di umani che mordono la vita e non si sa dove possano approdare. Vivono. Erano tempi, un decennio fa o poco più, in cui ancora ci si incontrava, si animavano strade e racconti.
A fine lettura, dell’intero libro, ho avuto la netta sensazione che ciò che hai scritto sia ‘un qualcosa che è rimasto’. Ma di che cosa?

Un fatto stato ma lontano, un fatto incorniciato, dato al muro. Sacro.
Sì, un’esperienza apicale, magica, iniziatica oserei dire.
Il mondo capovolto dalle forze mute e invisibili s’impone all’attenzione devota di uno sguardo che ha familiarità con l’ignoto, con tutto ciò che rende sacra l’esperienza del vivere costantemente minacciata dalle forze di “mammona”, dal potere indiscusso della merce, del profitto. Potere concesso all’infelicità. Lontano dalla creaturalità, dall’armonia col creato, dal divino che siamo e ci dovrebbe muovere, non c’è felicità.

L’autrice:
Ilaria Seclì, salentina nata a Ginevra, ha pubblicato “D’indolenti dipendenze” (Besa, 2005), “Chiuderanno gli occhi, diario a due voci con Federico Federici”, (Quaderni di Cantarena, 2007), “Del pesce e dell’acquario” (LietoColle, 2009), “La sposa nera” (I libri dell’Arca, Joker, 2016). Vive a Lecce.

Gestisce il blog http://leragionidellacqua. wordpress.com/

 

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