In un punto dove tutto imbruna

io ti vedo splendere.

Sedie alberi panchine vuote

volpi inermi sui cigli delle strade

giardini dove non arrivano voci:

sanno ciò che non ammette altro.

Nel dondolio di raggi tra le ombre

nella lamina di offesa e grazia,

calce su maglioni di operai

unica difesa al gelo di dentro

che è qui, l’inverno. O suoni perduti

solo il silenzio vi rimpiange

e annoda l’uniforme della storia

di unità fasulle, glorie vane, nulla.

O suoni e voci di fabbro

odori di pini su sentieri sterrati

passeggiate domenicali di scarpette

tra pigne e ghiande nel laboratorio

cosmico umanissimo, nel patto

del grande che tiene il piccolo,

beato piccolo, e poi non più.

Taverne e dopo lavoro della noia

di briscole, resoconti di paese,

dove sostavano fino a sera

rosse guance tra respiri vivi.

Suoni di vespe e tricicli

che fanno sobbalzare devote mogli

aprire portoni per la messe copiosa.

Le poche parole. E poi non più.

E poi non più

 

 

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