Barzio, foto di Paolo Fichera

Barzio, foto di Paolo Fichera

Vieni, entra pure. Una seconda persona dici
singolare. Tra le storie di tutti e quelle solo
nostre. Non parlare d’altro, tieni il mento
alla muschiosa pietra
grigio Atlante e nuvole
sassi celesti
di Reno o Tagliamento, graticcio
o colombages.
Almanaccare infantile dell’attimo
passi
ingordi di cassetti, vestiti di bambole
mani che le acconciano. Dimmi dei suoni lignei
di Colmar, tiri di sigaretta dei nonni dritti
cappelli e occhi cerulei, dati per vie di sangue
non umano, obbligati passaggi scuri,
lettere di Ossian.
O nella crepa invernale di Barzio
dove è certo
che anime resistono attorno a un tavolo
di briscola
e giuggiole, nel fiato che sostiene
la casa
come un tronco e la vita dentro,
utero fedele
intatto. La neve del
mulino e il muro di vapore
e zolfo,
i due parlano la lingua della pioggia
e tutto si congela in una calda bruma, in un’insegna
di ottone e oro sui muri celesti della città vecchia,
al 22
del gufo o qui nella casa cantoniera dove bussano
papaveri l’irredimibile sonno delle cose mai morte

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