Interno, Cividale

Ma il filo più alto del ragno non è un grattacielo
né il sole un astro, pervaso com’è di un colore
che nessuna luce infrange. Non addita cattiveria
il minerale al colpo del piccone. Girotondo misero
di perdite e profitti, l’Unica Legge scorna le pagelle
degli umani. Come dare nome e finitezza in luogo di ciò
che non si può chiamare, terre che l’occhio non ingloba
né confine argina. L’ho vista per intero e vie traverse
la parola bosco mentre ti muovevi come si muove la pelle
quando viene al mondo, la luce quando sposta il buio
incrocio di terre e venti lattescenti, rimappare il mondo
farne cosa nuova, alfabeti vergini essenziali, odori suoni
mani. Tempo senza sangue di cacce ai cinghiali, uva
melagrane. Poi per gioco diremo umano tutto questo
lo vestiremo di parole conosciute, infileremo l’infinito
nell’onomatopea del mondo, nelle lunghe snelle braccia
della pioggia, per l’eterno segreto di stagione
e la voce che ripete: non lo senti ancora che continua?

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