Paolo è nei boschi, Luciano scortica amore dalla storia della bottega umana, nella bottega umana. Sua nostra storia, legno al legno parola alla parola rotaie su rotaie, serrande, catrame al catrame, pelle alla pelle. Enne ottanta. 127. Cuore, come da principio.
Michele legge il giornale al bar, il bar è vuoto. Michele, civico 6. Michele e Lianò. Tunnel e labirinti invocano cieli e diavoli in questa città. È la pietra a vincere la partita. Pietra ingorda inghiottitoio di Dio, ad aprirti fino al centro, ad aprirti fino al fondo, a guardarti senza pudore, volerti, si scuciono versi di estinti rettili amati dai bambini.
Beati quelli che ci vivono, sanno l’inizio prima dell’inizio e l’inizio oltre ogni fine.
Diafano padre celeste che sei nei vicoli, padre celeste, il tuo tabernacolo è nella pietra, vegliato da gechi e scarafaggi, api, insetti, ragni.

Al 6 l’uomo ha una grande tavolozza, Lianò e l’ultima cena del reale inganno. Entra, vedrai cosa vede l’occhio umano quando si immola al suo destino, lo porta spesso a cena, gli dà un letto, lo mantiene. Flauto magico, Egitto, Giovanna D’Arco.

In via Duca degli Abruzzi , Amir è sul cofano di una macchina nera screpolata, mani e gambe allungate alla strada. Sguardo dilatato, vede altro. È dopo il non plus ultra, sorpassata didascalia dell’occhio. Saranno liquidi i muri di città, fluida porta San Biagio. E quante altre porte spinte, acide, quanti occhi oltre le colonne d’Ercole in questa estate di rame lecci bipedi troppo sicuri e duri, bipedi liquidi, fede superstiti e rucola selvatica. Mangiatemi cose insapute, prendetemi. Sono qui. Purché la realtà non incoperchi e saldi. House of cards.

Poi è la civetta che alle 11 e 43 a Porta Napoli attraversa il cielo bianca, in un fischio. Cade cadiamo. Perché il cielo scivola a volte e guarda cosa cade quando il cielo scivola a volte.

Questo verde del Galateo abbandonato si muove così da millenni. È il tempo della staffetta, parla coi morti, scrivigli, ascolta. Ora puoi, è abbastanza nuvolo.

Ieri alle 5 c’era un’aria portoghese, poi d’Irlanda. Non avevi gli occhiali, eri stato al mare. Ti piacciono gli alberi animati, il naso che sbuca dal tronco, le mani.
Il mondo di Lianò. A volerlo la botola di Alice si apre dappertutto, sempre. Siamo caduti, scivolati. Civico numero 6. Lance e ali, crocefissi senza croci, chiodi appesi al cielo, sangue nel mare, donne-farfalla. Giavellotti.

40 gradi qui, tu 19 e parli di boschi e montagna, la stufa accesa. 20/08/2015.
Ti chiedo di fermarti. Non ho più porte per quel cardine che mi abita. L’ho ridotto a inchiostro, è di carta. The hands of Bresson. Visto e fatto il disegno perfetto. Lo volevamo. Lo abbiamo avuto.

(Silvia Chiara Simone Gioia Michele). Questo il corpo. I nomi. Consonanti e vocali. Shuluq. Qui l’orfanità si fa pane.

(Ehi tu, piediscalzi)

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