Candelette, porte, pinna nobilis, Vladivostok ovvero spacciatori di tranquillità nella città dei lecci

Lettore, chi serve il declaro è preso da una incredibile,
ridicola spietatezza: non vorrebbe lasciar dietro briciole,
lische, residui. Per altro è spossato.
(A. Verri, Il naviglio innocente)

Vede? Sono queste le candelette per le diesel. Quelle per la benzina si chiamano candele. Tra un’ora può passare a riprenderla.

Ok. Dentro le mura i passi vanno soli. Centrifugato ai piedi di porta San Biagio e di quella burlona geniale e anarchica del Naviglio innocente. Innocente, non nuoce e apre mondi. Non vale portarsi un libro, il libro si apre camminando, declara mappe umane. Restituzioni, testimonianze vive, tracce, echi. Il libro ha passi, voci, saluti, sedie aggiunte al tavolino di un bar. La tela opera senza tregua, affamata di inizi e prosiegui, intreccio famelico di cose andate e presenti. Ecco.

Ecco Maurizio Nocera con Lorenzo, medico bibliofilo suo pari. Invitano a sedermi. Gettano le reti immediatamente, pescatori abilissimi, a proprio agio con acqua e tesori marini. Inchiostro di seppia e rosa. E sì che altrettanto velocemente emergono pesci di ogni taglia, vivi, brillanti. Guizzano come schegge d’ argento al sole.

Ecco una creatura marina grossa e pregiata. Il tipo di origini slave a 60 anni si congeda da moglie e figlio, parte in Africa con la lambretta. Ritornato da poco a Sud, prepara i motori della sua compagna a due ruote alla volta di Vladivostok. Stefano Medvedich.

Il dottore dice che è un matto a rischiare tanto. Maurizio dovrebbe dissuaderlo: non lo farà. Maurizio porta con sé da sempre un rosario di perle geografiche che sgrana con facilità infantile mentre parla, ride, beve un rosso, canta, balla. Con lui si muove uno sciame birichino e scintillante di nomi di città, aneddoti, passaggi, aerei. Inesorabilmente pagine. Un mondo che per lui si riduce a firmamento disegnato nella camera di bimbo. È tutto sotto il suo sguardo, domina la sfera ricamata di nomi e oceani, capitali e fiumi. È uomo di viaggio. Senza ostacoli ha viaggiato. Fede di compagno. Fede rossa. Fede di parola.

Parlano di edizioni pregiate del Galateo, si rimbalzano nomi, ricordi. Ping pong di secoli e città, scrittori, continenti, pagine e pagine, edizioni. Costellazioni di vite vive. Orbita e egida di ideali e entusiasmi mai assopiti. Amicizia e letteratura, poesia e vita. Tavolate sotto il porticato della storia.

-In quel tempo Gallipoli era un porto importante, ci venivano signori e mercanti dalle Americhe, dall’Inghilterra, dall’Est. Venivano per il cotone, per il bisso…

– Bisso?

– Sì bisso, la bava di origine animale che la Pinna nobilis secerne. La cozza penna, in pratica…

Poi dal bisso alla mussola mentre dardeggiano cielo e mare di Gallipoli, venti biblici e bizantini spingono le porte del bar, agitano gli alberi di quel placido giardino medievale della città dei lecci. Ci siamo. Primavera e rondini.

– Maurizio, eravamo ricchi, avevamo tante risorse. Oggi, invece. Gli ulivi, per esempio. Che accadrà secondo te.

– Accadrà che passerà anche questo. Alcuni dei miei si sono un po’ ammaccati. Ma li curo coi metodi dei vecchi contadini. Calce, rame.
– Ho paura che il dio denaro farà soccombere la poesia millenaria di questa terra.

Mi prende la mano Maurizio, entra in un sentimento preciso, lo zumma, lo guarda in faccia, proprio quello, e sorride – Ilaria, la poesia vincerà sempre, sempre! Ricordatelo e stai tranquilla.
È buono il centrifugato: zenzero, carota, mela e kiwi, l’ha offerto il dottore.
– Ti devo dare il libro su Neruda!
-Sì, sì! A presto.
Un’ora è passata ma continuo. Mi godo la speranza insufflata con forza. Ci voglio credere.
Ci credo. Chiesa di San Matteo.

Bianco, celeste, sostanze astratte e palpabile materia. Silenziosi i turisti sorridono.

Se la prendono intera la pace di questi vicoli santi. Lo dice il viso, spiaggia senza crepe e larga, linda.

Marcello ripara le moto d’epoca in piazzetta Epulione, accanto alla casetta di Giulietta corteggiata da mesi. – La vuoi vedere? Ho le chiavi… Dopo facciamo un giro tra Guzzi e lambrette, fotografie, trofei, coppe. – Lavoravo al Monopolio di stato, riparavo le macchine. Avrei continuato a lavorarci ancora, ho sempre amato il mio lavoro.

Ritorno. Prendo l’auto. Poi Vinicio racconta la sua storia sommessa, flebile e colossale, tormentata. Itaca e i padri. La comunità, la famiglia, le cuccuvascie. Sue taurinerie. Torno dal padre. In mezzo la campagna. Fulgida, accecante. Perturba la sua bellezza colorata di primavera. Raggruma insieme tutti i punti cardinali.

Ogni voce, fatto, parabola, ellisse. Nel nome del creato. Nel nome di natura, suo compasso. Il centro e l’assoluto. Nel cerchio perfetto. Sì, è vero. La poesia vince sempre. Sto tranquilla.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in l'Immobile Afono e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Candelette, porte, pinna nobilis, Vladivostok ovvero spacciatori di tranquillità nella città dei lecci

  1. Antonio Devicienti ha detto:

    La poesia (cioè la vita, cioè l’amicizia, cioè la memoria, cioè l’attesa del futuro) DEVE vincere. Grazie per queste parole, Ilaria. Grazie per questo bellissimo testo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...