Per Antonio Verri, creatura a mezz’aria. E per chi ancora ne vede delle belle

elfi

È dolcissima la vita fuori dai centri di potere. Bianca di neve, tua neve, petalo di camomilla, marzapane, fiori di cotone. Neve di “mar”. Sue mani nell’impasto, bianchissimo letto per giorni sempre nuovi, giorni di madre e notti perfette, è sempre la prima. Inamidata. Decoro garbo cura. Dignità.

Ora, sai, è tutto stropicciato, sgualcito. Precario ci fanno dire. Siamo a mezz’aria ma non siamo tao. Siamo in mezzo a un’aria beige, caffellatte, macchiata, lattesporco. Altrove è più scuro. Le leggi della vita si sono incarognite. Ci siamo incarogniti.

[sempre in questi giorni cado dico parole strane di ferro rosso arrugginito me le mette in bocca il mondo: sequestro di stato, incostituzionale, ingiusto, restare. cado da anni, questo è il mese, i bambini non c’entrano, nemmeno la magia i prati i fiori il cortile gli alberi no, non c’entrano. nei corridoi asfittici obitoriali delle attese sindacali delle risposte tirchie avare mortifere sempre uguali. punti-ricongiungimenti-sostegni-figli e l’aria ferisce e non sfama che fame. se questo è un uomo di certo è suo nemico]

Ma torniamo al racconto, nostra sede. Torniamo a noi. Sappi che Santa Maria del paradiso è sempre lì. Lo suo figliolo priso, continua. Sempre aperta porta, la lampada a guardia, accesa. Siamo in tanti.

Ieri zompettavi divertito, dal palco sui leggii, dalla loggia ai lampadari. Ridevi, inanellavi capriole e voli come trapezista e angelo sul cielo di Berlino. Ma era cielo di Novoli. Ed eri così felice. Ti hanno fatto un baffo le geografie, anche quelle estreme, alfa e omega. Le hai in pugno, il mondo è una biglia. Lo ripetevi mentre dondolavi a boccaperta sul lampadario. Il mondo è una biglia! È un’unica pista ciclabile, essere ovunque, qui. Essere qui, ovunque. Il mondo è un fiocco di neve! Sfera lucente! Provate provate, fate fogli di poesia, poeti, chiudete gli occhi, lucidate pupille bambine, ginocchia sbucciate, alberi da salire, universi da interrogare. Intrecciare, filare, aprire, dare. È uno solo il lampadario che fa luce. Stringiamoci come bimbi in attesa di Natale o estate. O morti che aspettano ancora un piatto, quello preferito. Ciciri e tria cu lli frizzuli per il nonno a San Giuseppe. Ancora, ancora.

Ti ho visto, sai?, mentre tiravi il naso a Mauro, i capelli a Piero. Aveva appena cominciato a parlare Imbriani e gli hai dato una carezza. Ti sei spostato poi sulle nuvole elastiche di SimonFranco e SimonMago, la barba dell’uno, i riccioli dell’altro. Ma come fai? Come hai fatto, sempre? Sulle corde celesti di Valerio i paradisi che conosci bene. Senza gravità. Mai. Leggerezza di bimbo fino alla parentesi chiusa. Chissà dove l’hai riaperta. E chissà se un giorno anche noi potremo sospenderci come pulviscoli, tao che vivono per vivere, beati e operosi solo nell’incanto di scritture e voci, incontri e sogni. Tra cose e creature sacre senza profitto, ansie, numeri e scadenze. Giglio. Giglio purissimo. Quei tabernacoli innocenti che sono i giorni dell’uomo senza cinture di sicurezza, prevenzioni, frizioni, tangenti o pizzi allo Stato. Senza maiuscole. Antonio mio, t’immagini come sarebbe bello? Senza titoli, definizioni, etichette. Vivere per vivere! Non queste palafitte in affitto, esistenze minori, belati soffocati al posto di ruggiti, accenni e balbettii per danze sfrenate, ebbre. Elemosina. Elemosina. Tu, tu, odore caldo di pane, rosmarino nella macchia verso l’Adriatico, fiero vento del sud teso, teso ai cuori in spazi bianchi di terrazzi e lenzuola nivee, siderali, mani e occhi spalancati. Cuore sacro. Vento che avvolge ogni cosa, nostra umana specie misera e divina. Te la ricordi così, così l’hai vissuta, voluta, vestendo da re attrezzo e detto, pietra e gioco, contadino, povertà.

Liturgia dell’incontro e del fare. Quanto conta il saper fare!

Monello sì, fatto tao purissimo, nuvola, zucchero filato, soffio di tarassaco, gazza. Sì, gazza. Tra qui e lì. Tra questa terra e milioni di altre, in volo, in fuga, in corsa.

Zoretti all’uscita, mentre parlavamo d’altro, di arpie e alberi d’argento, di viaggi e corse al termine della notte, è piombato nel discorso col braccio alzato -in preda a furori decentrati, a estasi- “ho girato tutto il teatro, tutto!” dice vorticando il braccio alzato e lento. “Ci sono le poltrone del re! e dietro, una stanza con divani rossissimi!”. Rosse e grandi sedie dei re, le loro altezze non raggiungono quelle dei nostri scalini, pazzuli. Le altezze vertiginose non hanno metri adeguati a contarle.

Ma veniamo a noi, quindi al racconto, nostra sede. Ecco sì, sei d’accordo, lo so: non siamo solo parte di un racconto? Episodi, puntate, tracce, infiorescenze, gemme rinate a ogni primavera? come pietre sempre nuove per i pomeriggi di gesso e strada.
Solo questo solo questo, non altro conta. Altro che accanimenti, vite dilatate come fossimo prolunghe, animali in pasto a carceri squallide o finemente arredate. Tu eri della strada, dell’acqua del fuoco, delle cose incontenute. Fino all’ultimo.

Com’eri allegro, saltellante ti sbracciavi sulle rose di Massimo, l’altra sera. Gialle. Le rose promesse, lasciate sulla scrivania del Fondo (Verri!) per la tua amica Ada. Santa Maria del Paradiso. È un mondo assurdo Antonio, ma ne succedono delle belle qui. Ancora. Ancora.

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2 risposte a Per Antonio Verri, creatura a mezz’aria. E per chi ancora ne vede delle belle

  1. Antonio Devicienti ha detto:

    Ti ringrazio per questa tua fedeltà alla persona e alla scrittura di Antonio Leonardo Verri.

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