Bianco

Arrivo a te dalla campagna. La guida non spezza lo schiudersi di masserie abbandonate cieli gravidi di uccelli e luce cani gatti fiori a punti gialli sull’aria di gennaio che già delizia e fa promesse a breve raggio. Sei quel tutto che confonde e inebria e non ti tiene stretta a sé un solo punto cardinale. Alberi enormi e scheletrici parlano di terre lontanissime e rigide e gli oggetti abbandonati ai bordi della strada non sono minacce ma testimoni di voci antiche e rozze. Conservate sul ciglio dell’asfalto come melanzane sott’olio. Vogliono ci si inorridisca per questo deposito di disumana strafottenza, ma il crimine non è di queste contrade. Qui è trasparente e bianca l’aria, un’immacolata concezione dell’eterno che non fatica a stare assisa come gatto sul muretto a secco o gazza sul filo della luce o vecchia sulla strada col secchio in mano, superstite mondo di pulito cotone e naftalina che rimbomba e s’infila nei circoli dei caduti in guerra, degli invalidi, dei pensionati, quella bruma di tabacco e carte consumate da mani e mani come piede di Pietro nella Capitale. Quelle medaglie di una storia stinta e bruciata insieme agli anonimi immolati. Caduti di una patria che non c’è.
Poi arrivo a te dalla Porta di casa, la più accessibile e sorella. C’è uno specchio enorme per i tuoi occhi di sposa col velo e guance freschissime e innamorate. È lo specchio più grande, ci entri tutta. In quel suono di primavera mai sgualcita che è il primo pomeriggio, quando schiacci come madonna i serpenti dei clamori notturni che ti fanno diventare uguale a tante. Passi uguali e disattenti in ciance e pose da circensi. Ma uguale non sei a nessuna. Lo dice il richiamo che arriva ovunque si vada, anche nel Nord delle fiabe amate a perenne devozione di un intatto immaginario. Anche lì arrivi e uncini. Prendi. Perché tu sei tutto questo e sei quello che ogni creatura vorrebbe e sogna. Ma bisogna guardarti e camminare con cura devota e silenziosa, calma e solitudine. Dalle finestre di via Palmieri oggi hai scucito armadi verdi decorati di fiori rosa antico e gialli stagliati su muri altissimi e nivei. Le finestre aperte e gli occhi calati come funi su salvifica sorgente. Pronunciavi formule di speziale di Fanfulla Paracelso e Dio sa di quante altre streghe e fate che ti hanno popolata e continuano ad animarti mentre ti guardi allo specchio ma non per vanità. In te si riflette il bello e il bianco delle cose intatte e integre, pulite. Delle cose che nessun rigagnolo storto e putrido della storia contamina. Come il passo della signora da Porta Napoli ai giardini, capelli corti bianchi a spasso coi cani dei signori del palazzo e sorride, sorride. I passi felici e gli occhi vivi zampettano una misura familiare e sempre nuova.
Cose inamidate, letti di nonne e madri, confetti della Prima Comunione, delle Spose. Come il garage dei contadini nei pressi delle Benedettine. Cavolfiori melanzane zucche arance e uova fresche per schiene curve curve e bilance dell’altro tempo. Lancette lente per una misura fioca e decisa di ciò che conta. Come l’ape su Porta Rudiae, baluardo praghese in divisa di contadino e sedani che sporgono sul mercato coperto al cui ingresso stazionano stranieri in male arnese coi loro spiccioli santi e le tre quarti a 1 euro.
Mentre l’altra porta resta regale e austera col suo bar con giardino, un salotto di città che ti vede solo di passaggio, presa come sei dalle cose minutissime e morenti, più vive del respiro di un bambino. Sindone di un tempo stanato al tempo, che vola immutato sui millenni e le storie, innaffia il derivato di quel principio incrollabile e eterno. Eterni noi quando ti guardiamo.

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4 risposte a

  1. Antonio Devicienti ha detto:

    Sai farmi vedere Lecce con occhi nuovi e sorpresi, eppure l’ho percorsa migliaia di volte in lungo e in largo e ancora la percorro incessantemente con gli occhi della mente

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