Il possesso grande

Avanzano, si assiepano sul collo. Tenaci come avamposti di guerra.
È il vecchio assedio.
Dall’incavo tra avambraccio e braccio s’inventano cenni, fiatano, si fanno presenti. Allungano su balconate di navi dirette al dove senza mappe, persuadono con fili di neve perenne, sussurrano nenie di alfabeti vergini, arie lattescenti e passi e occhi nuovi come nei vicoli a tramontana dove facce chiare di bimbi – occhi vitrei di gelo – si screpolano e fili rossastri fanno di quei visi deserti.
Gli spacciatori di realtà pietrificano. Venditori al dettaglio.

Or poserai per sempre coniuge arnolfino. Sarai nello specchio o nel lago ghiacciato. E tu, lattaia, nel quadro. O conversare deforme di Brueghel. La chiave è lì, dove sai. Il possesso grande e la sublime riuscita per la benigna volontà del cielo. Se scordi le password puoi bussare. La parola d’ordine è muta, la conosce il tempo senza tempo. Hai capito.

Sluoga il tempo del meridiano perso. Calma, assenza di velocità.
Dispera e accetta di dover restare in un corpo solo. Non essere lì. O allora. Presente e passato si trapassano, pari sono. O tempi spezzati in conclave. Lì sul divano nel civico 55, nella casa sul viale alberato rotto dal torrente, nell’amnio, nel bosco che sai. Si faceva un mondo saputo. Prima dei nomi delle cose. Prima dei calendari. Prima delle nascite.

Il mulino conosce la sua acqua da prima di girare.
Non è la coperta povera di stoffa, ma chi si ostina a starle dentro ad essere avaro. Accartocciato.
Per quanto tenersi sia compito comico, impegnativo.
Le epoche e le lingue, le lettere e i fiumi, le guerre, i legni sonori e vivi dei rifugi, i muschi, la cineteca lombarda, le risate nei tram, i visi vichinghi o berberi, normanni e slavi, le brume dei navigli, Occasum e Prima lux, le danze tribali o i cerchi di midsommar, i fuochi sui marciapiedi di New-York, il tè nelle stanze d’Avignone, distese di lavanda o brezze sulfuree di foreste nere. Dove tutti stiamo, nel fluire continuo tra alfa e omega. Guardie praghesi di giorno e marionette di notte. Presenze e voci, costante tacere di occhi nel cosmo. Ancora. Riprendere l’ago. Cucire.

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