Amen

da qui, eterno novilunio, snodo senza fine di voci e vicoli
fino ai versi che brandiscono le carni, non articolati suoni
di preistorie, muri di pietra, limoni che nessuna curva
inghiotte, file di formiche dei rosari
ombre che la storia non copre perchè fatti non piagati
orecchie e bocche di pomeriggi giallissimi
mentre al buio un letargo di acqua e farina ricrea il mondo
gemme di madri si affacciano come cose di vivi quando vivono,
come lo schiudersi del frutto nelle decadi di maggio
nelle primavere di una Gerusalemme data.
Data e sacra ferita d’acqua delle nascite, dei vagiti, del darsi oltre
come accade nei legni scuciti all’istinto dei tarli
o conviviali fantasmi, quando tarli e fantasmi rovistano
la storia, la ossidano, per farne chiusa di gloria, fatto eterno,
nell’ eterno che è delle immacolate pupille, del primo mare
gettate nel per sempre, nel granellosecchiello delle mattine celesti
al numero primo, ai confini animati, al dove imperiale che è centro
intatto, senza offesa, senza lontananze, dato in sorte, destino civico,
cielo dei cieli, tempo del non saputo, filo a piombo, Amen

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