I baloccatori

Spezzo. È ripugnante il vostro inventato. Smania immolatrice ridicola, ridicolo lo sputo che vi incolla allo specchio, al gesto stupefatto. Bene fino alle grotte da quello a quell’altr’anno, ciclo primitivo che si onora, ma poi ma poi, che vergogna continuare circhi e farse come se.
Eleganza ci vuole per rifiutare il reale e ancor più per ingoiarlo a pugni stretti.
Ora ditemi come fate a negare e sbeffeggiare ciò da cui dai vostri piedi vi specchiate, mutandine di lolite che forma di cameo tiene come foste senza evoluzione mutamento né progresso. Ci vuole grazia nell’essere bambine invecchiando, non nell’esserlo mai state, tutte appese all’alibi di una forma surgelata, fatta fiocco non di neve.
Come stanno le signore date in pasto al forno, al vuoto, al mare, come stanno le zavorre nelle tasche per il bacio eterno dato al mare. Come stanno.
Omuncoli spaventavate al solo passaggio e sguardo. È vero è vero ci vuol pazienza impegno milza e forza. Ce ne vogliono. Fegato e silenzio. Meglio dirsi bravi e bravi steccando il biliardo ammazzando quel moto che può fare di tante una sola umanità, per carità, che pena gli altri direte, mutandine di lolite e ginocchia ossute di bastoni e cappelli ai tavoli di bar e danze per carità per carità mai macabre. Cosa vi dovete inventare per fare appena vera un’esistenza, appena appena, che dovete, poveretti. Gran sforzo immaginare la miseria e la disgrazia, gran sforzo e scorno nominare il vicinato. E così bisogna inventare e inventare fotografarsi e fermare questa cosa ch’è l’allegra giostra di fiocchi non di neve, l’allegro camper di mondi senza piedi e cuori che solo l’obiettivo a malapena riesce a intercettare. E chiamami e chiamami e incontriamoci e ceniamoci e stiamo lì a vergognare chi si compra da mangiare con paga da genuflessione. Brillanti geni cose menti corpi come fate a stare dove state, darvi in pasto alle strade da altre carcasse frequentate, come fate, poveretti, tutti gli altri animaletti di sociale fattura, animali di stipendio e di bruttura. Piacevano questi storti burattini ma era vera loro claudicanza vera a forza di martirio non di certo imbellettato né mostrato come alterna vicenda dell’umano che umano non è più. Padroni voi e padroni voi tre volte che beffate i timbracartellini gli orari di lavoro e portate sulla spalla i balocchi di città, vestiti a festa a ogni ora. Beati e beati beate e beate.
Ma vi state sbranando da soli cappelli e cappellieri giarrette e giarrettiere, prede e predatori. Lo stampo non vi salva dal destino di saziarvi l’un dell’altro attenti ai prodotti dell’inquino attenti attenti, siano salvi i matrimoni tra parenti siate salvi dai passanti, da sta schiera di sfigati che congeda il mondo intero senza mai inscenare la bella e folle storia dell’eterna marionetta che pure sempre se la scampa facendo bestemmiare di sua salubrità l’esercito di chi mai l’ha fatta franca e s’è spacciato presto per un fuoco mai per vezzo.

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