Venti turchi

Ci sono venti contrari ai lini che albeggiano su joniche azzurrità.
Portano leggende che ingrossano letti di fantasmi e mietono amanti e morti nei pomeriggi tra fine estate e inverno quando più insolente è il cielo e lo scirocco insidia.
E sopravvivere è arte di pagliacci o stregoni, se a levante voci di Babilonia e Costantinopoli arrivano da venti umettati di mandorle, fichi, caramello e cinnamomo.
E lenzuola di salsa rossa hanno deposto il calice e tutto muore ben prima che negli inverni freddi ad altre latitudini, e tramonti veloci incastrano creature dentro i cancelli dei cimiteri.
È tempo di stringersela l’anima sotto feltri doppi e gran scialli come al petto chiavi e monete.
Sebbene non faccia freddo i venti compiono razzie da far impallidire i peggiori tiranni.
Ben s’intendono infatti coi pascià turchi di cui ancora si sibilano fatti a voce sommessa e guardinga.
In quei mesi, il vero è fluido impasto di caotiche lingue che s’adatta ad ogni forma chiusa come acqua che trovi all’occorrenza letto e tetto. È sostanza di mare e vento. Ad altro non puoi far affidamento.
Le case sono abitate da presenze inquiete mal identificate. Devi conviverci. Fuori è uguale, non hai scampo.
Se la vicina per due volte ti vede senza sorriso, ti chiama, ti fa sedere, mette in un piatto l’uovo, ci spolvera un po’ di sale e ti dice di stare lontano da chi ti porta invidia. Dai domenicani non va meglio, se confidi al padre dall’orientale barba un tuo tormento, non esita a dirti che sei presa di mira da pericolose entità e ti congeda con sufficienti segni della croce, antidoto al nemico.
La porta del paese nei mesi che vi dico ha tanti cerchi di grigi vecchi attorno, ingoiati da una luce di vischio lattescente, e quando quella luce l’accompagna il vento è tutto un venerdì santo, un’eterna via crucis, un lamento che sgozza ad altezza d’orecchio.
I sospiri, gli sguardi, le parole devono filtrare la solenne perturbante autorità, pregna di tutto fuorchè di sola aria.
Le nonne tra questi fatti segnano una tregua. Ne hanno viste di ancora più terribili, teste di cavallo negli armadi, cani parlanti, bianchi vecchi su strade nere spariti in un colpo di palpebra.
Le loro nenie pomeridiane biascicate in coro e rimbalzanti in danze allucinate portano mitezza e calma. Auspicano -ora pro nobis- un passaggio veloce e indolore dei mesi terribili, dall’addio alla vendemmia al carnevale.
Mesi colonie di spiriti ghignanti e beffardi che nessuna autorità è mai riuscita a tenere a bada né a scacciare.
Questo il nostro mondo fino a ieri.

Ora supermercati, super ruspe, super voragini, super strade. Divelti alberi, panchine, radici profondissime, solenne corredo di ville, dimore regali di gnomi e vari abitanti di pini, ulivi e querce secolari.
Ora sapete che da qui a lì, da questo all’altro punto cardinale, è tutto uguale.
Dal girotondo al mercimondo.
Ogni tanto passa ancora un ambulante la cui voce ricorda quel vento spaventoso.
Tutti ridono e gli fanno il verso, compresi i vecchi nella piazza. Solo qualche bimbo e i matti, tra sonno e veglia, sentono strozzati lamenti, pianti finali, e avvertimenti di guerre incombenti, orfane di vento ma terribilissime.

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2 risposte a Venti turchi

  1. Printore ha detto:

    […] il mio maestro mi assicurava che “un uomo colto, a differenza di un ignorante, conosce il motivo per cui l’acqua scorre verso il basso”. Io non avevo nessun desiderio di essere quel tipo di uomo colto: ero felice che l’acqua scorresse, potevo guardarla per ore, ascoltare il suo gorgoglio fra i ciottoli, vederla bagnare il verde brillante delle piante palustri. Non mi importava sapere perché scorresse: ero del tutto convinto che vi fossero delle ottime ragioni per una cosa talmente bella

  2. Corine N. Hays ha detto:

    È notorio che la Crocifissione di Gesù è un evento, come si legge nei Vangeli, che insieme alla Resurrezione rappresenta l’avvenimento più importante della religione cristiana. La Croce simboleggia l’uomo con le braccia aperte, in posizione di abbandono, ma nel contempo anche l’albero cosmico che sostiene il mondo. La sua struttura evoca la divisione del Paradiso terrestre in quattro parti e dell’anno in quattro stagioni. La croce ha rappresentato anche uno strumento di tortura, il più infamante, dal momento che, nell’epoca in cui era usata, chi veniva crocifisso era cosciente fino alla fine. Gli Orientali celebrano la Croce con una solennità paragonabile a quella della Pasqua. L’uso liturgico che vuole la Croce presso l’altare quando si celebra la Messa, rappresenta un richiamo alla figura biblica del serpente di rame che Mosè innalzò nel deserto: guardandolo, gli Ebrei morsicati dai serpenti erano guariti. Per l’Islam la croce ha invece un significato sapienziale. Simbolo delle due direzioni dell’essere (verticale) e del fare (orizzontale), l’una dell’Anima l’altra della psiche e della materia. Il centro è il Cuore. La psiche si manifesta nel mondano, nel corporeo, nella dimensione orizzontale dell’agire, della parola ma fa anche da ponte con l’Anima Divina nell’atto della introversione, della contemplazione, del sentimento che si raccoglie ricettivo sul mistero dell’Essere.

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