Danke schön

Non so il punto preciso in cui l’aria è cambiata o il paesaggio. Le cose si trasformano d’un tratto. Puoi immaginare, prevedere, sorprendono comunque. Irradiano energia nuova. Occhi conca, occhi ampolla, occhi tabernacolo, è per voi la meraviglia.
Il cuore intinge. Il treno passa la curva ed ecco. Ci sei e ti nascondi, ci sei e non ti trovo. Ora sei qui. Nessun pensiero oscura.
Lo svizzero ha il lobo bucato, un cerchio di due centimetri. Per una tua minuta gentilezza si congeda guardandoti gli occhi senza fretta, occhighiacciai, ti saluta e ti ringrazia. Le cose che sente il cuore non hanno dialoghi, discorsi diretti, virgolette, le bocche aperte offendono il vero. Il cuore sa. Il silenzio pure.
Lei ha capelli bianchi, raccolti, occhi blu, pantofole gialle. In stazione chiede sigarette, voce bassa d’angelo indovina le lingue, poi ritorna a scrivere, tavolino di bar, penna, calligrafia di due secoli fa, linee dritte, parole che giuro essere d’amore, non posso leggerle. A volte posa la penna, si stringe le tempie, tra una parola che non trova e un’altra imprecisa ferma i ricordi che libera dall’acciaio dei binari. Poi si alza, fa lo sguardo di chi aspetta l’impossibile e chiede una sigaretta. Ritorna al tavolino.
Il verde un girotondo di tonalità, dal treno due bimbe corrono allegre attorno a un bidone di spazzatura. È un cerchio di fuoco, non sanno ancora.

Gulaschsuppe
Bohnensuppe
Zwiebelsuppe

La chiesa celeste, un albero solenne le fa ombra, mite.  È vuota, l’organo sfonda i muri, vivo. Danke schön.
Un ragazzo biondo coi riccioli prega attento al resto, buio e silenzio fanno più vicine le cose. Il mondo perso spinge dalle vetrate blu e rosse verso l’interno, incalza. Vuole ricomporsi, rifarsi vivo, i muri e le vetrate sono alla mercé della sua volontà, gomma, spugna, acqua. Poi uno stormo di piccoli occhi ai piedi dell’altare intona canti sacri d’Alemagna. Si scioglie al terzo brano e a un rispettoso applauso.
Il bardo è parigino. Entra nella locanda coi vestiti grossi su un corpo gentile e una bisaccia. Srotola parti di un poema orale tedesco di 900 anni fa. Giro il mondo per salvarlo, tenerlo in vita, è l’unico modo, poi creo sculture.
È un viandante e continua il canto. Il mondo, qui, è un tripudio di bellezza e di incontri.
I frequentatori più assidui dei bar anche in Germania sono alti e magri.
Eccola, confidenza cieca. Le donne delle pulizie entrano quando noi usciamo, al secondo giorno già ci riconoscono dall’odore e dai colori lasciati una volta fuori dalla stanza, indovinano i caratteri, le abitudini, hanno una loro mappa, una fisiognomica delle cose da cui indovinano nazionalità, età, umori. Torniamo e tutto ha un posto nuovo, vestiti piegati, lenzuola accordate. Se Persefone è negli inferi, Demetra non è con lei, e viceversa. I miti si replicano in tante forme, identici.
Così le cose pretendono il rispetto dell’inaccaduto, una distanza familiare le consuma, le avvicina, le assorella. Non si incontreranno.
E sentieri, lago, fiumi e tronchi, muschio e funghi, il viso della signora che prepara la colazione, sua lentezza, donna di selva, camicie a quadri, sorrisi per strada, le conversazioni frutto di tre lingue, il Reno, quelle case a braccetto, silenzio, lanterne fioche, Erasmo mantello nero e cappuccio, capelli bianchi e occhi ragazzini, raccoglie quattro, cinque anime nei pressi della fontana, parla, rivela, trasmette, ogni sera allo stesso punto. Poi vanno non si sa dove.

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3 risposte a Danke schön

  1. vito antonio conte ha detto:

    e come mi disse un’altra donna
    un’altra volta
    sfiatai…

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