Luigi e la questione dei fondali

Le sue vie sono deliziose e tutti i suoi sentieri conducono al benessere.
È un albero di vita per chi ad essa s’attiene, e chi ad essa si stringe è beato.
(Prv. 3, 17-18)

Vengono fuori a migliaia dai tombini della notte, fanno rumore, sbraitano. Noi camminiamo lungo il canale, sorprende un fragore di cascata e una torretta ai fianchi dell’acqua. Chiusa della Conchetta, mani di Leonardo.                               Ebbro olfatto, il pane alle acciughe si seda tra palato e antro sublinguale. Il finocchio selvatico è una guglia, ci sono sopra, odore puntuto di vetta, aria infante, rappresi umori freschi, turgidi di primavera. L’ha raccolto in montagna Giovanni, tuo padre. Ha aperto una finestrella nel cielo, non dubito che resti aperta a lungo.
Nelle cose si fa credibile, e non si scrive. Viene, quando viene, senza pagare un prezzo.
Chi la incontra ne vuole in abbondanza e teme di perderne l’odore.
In un barattolo. Come i fichi secchi, le mandorle. E giù a spingere e pressare il fondo, altro e altro ancora, quanto il cuore spera. Qualcuno direbbe basta, è troppo. Facciamo altro.
Tabula rasa non misura il tempo, la pelle vuole l’infinito, non dà guadagni né costi. Lo sai o no.
Le acciughe sono del Tirreno, le migliori, sono azzurrine. Quelle dell’Adriatico hanno un colore cinereo. È una questione di fondali, concludi. In una bottiglietta la colatura di alici, una visione dietro l’altra, estatica, a portata di olfatto, barattoli e coperchi si aprono e chiudono,  ingoiano in altre cromature la realtà, esiste ciò che è bello e giusto, non altro.
Mestoli e tortiere, fondi di piatti tinti di giallo e rosso e bianco che aspettano il tempo necessario. Gli scialatielli pure dal tuo paese, non bastano 20 minuti a cuocerli. Buccia di limone, aglio, olio, ciliegini, poi bottarga, su pasta regale che non scuoce. Direi a Giobbe che per le tue vie si espande la luce, il vento d’oriente sulla terra. Lo spazio vuoto del mondo prima del disordine, di queste bianche azioni si riempie, lente, amorevoli, esatte. Non c’è plauso, platea, pubblico.
C’è anima. Biancore superno di Keter. Ci sono anfiteatri di odori, gerarchie, petali di rosa in cerchio, al centro quello perfetto. Nessuno lo supera. Analogamente gli angeli spandono profumi soavi, luce sfolgorante allorchè si manifestano agli uomini. Enoch e profumi edenici, venti o spiriti di Dio.
Dio stesso assimilato a una fragranza ineffabile, la sposa dice all’amato: profumo olezzante è il tuo nome.
Altro non si può. Si sente, non dici.
Cuore che succhi, espandi, mano che prendi e dai, bocca che dici e sputi.
Così è ordinata la realtà, rosa di odori e carne alle dita. Le fragranze penetreranno nelle ossa. La bocca non sa, vicina alla tasca raccoglie zolfo e monetine. Dà insonnia, merce dell’uomo.

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