Nessuna macchia

Le anatre dei giardini galleggiano. Il neonato guarda la mamma. I ragazzi giapponesi hanno capelli legati, schiena dritta, il viso al sole.
I fidanzati si baciano, gli altri leggono, ascoltano musica, dormono accanto ai tronchi. Un adulto in bicicletta fa prove d’infanzia per il nuovo equilibrio a 2 ruote sul terriccio. Il vecchio è lì, con l’impermeabile, guarda la pelle delle ragazze e anche una coppia di coetanei che amoreggia disinvolta e dice parole francesi.
Gli arabi si stendono tra città e giardini, sulla cresta dei bastioni col naso rivolto al benzene. L’inferno, a volte, è una necessità. Un carillon fa indovinare la sua provenienza, nessuno riesce. A due, a tre, le donne russe, sulle panchine. Ma lei, sola, parla al telefono, tra il bianco soffice del polline. In un’altra città, nei pressi di Porta Napoli, un uomo gobbuto dà da mangiare ai piccioni. I ragazzi non sono ancora tornati a casa. La maestra ha ridato il cuore ai nuovi alunni. I vecchi non lo sanno. Gli africani suonano e forse sognano. Nessuna nuvola nel cielo. È azzurro.

1)  O come vedere la morte

       spalancando la bocca

2)  Poi spalancò la bocca

       le mostrò la morte

3)  Poi spalancò la bocca e le mostrò la morte

     non prima d’aver indovinato quale

     tra i due sorrisi era quello del defunto

     Ora poteva andare, dirsi pronta.

***

Non è come quando sforzavamo i polsi

per liberare il braccialetto

                                                                              ***

non è come quando sforzavamo il braccialetto per liberare i polsi

*

Una donna si ripara sotto una tettoia, piove, fuma, è vestita di nero. Sono su un aereo per Brindisi, una vocale nera incisa nella carta del biglietto, nel dado rosso elettrico di numeri e città sul display, fuoco, nel mal di denti di Emme, nell’amarezza di Emme, nella fatica della tartaruga, nel suo infreddolimento, nelle foglie di menta, nel sistema oscuro e semplice della sentenza, nell’attesa di una risposta, nell’odore verde acido dello smalto, nella ferma disperata saggezza di Emme, cherubina fatica.
La candela è accesa. Così si riscaldano i morti.
La gomma cancella, così i bambini danno vita ai loro mondi, sgominano il potere stabilendo le cose giuste. Giù un uomo canticchia una melodia che prendo e continuo, è malinconica, dice di Lugano e una fine. La fine della melodia zampilla sugli ombrelli del viale, sul volto perduto che ogni passante ricorderà. Mio Angelo, lì nel viale 51 il tuo nome e il tuo cognome. Si dice poco a volte, si fa così per Dio, per il sole, la luna. Al mondo, sono in pochi, non danno spiegazioni né dettagli. Quelli anatomici sì, amavi ossicini, arti, polsi, crude leggi, Labirinti. Luigi dice che è la nostra lingua ad impedire al poeta di parlare a nome delle cose. Troppo lirica, abbondante il filtro dell’io. Cieca Linea Lombarda con tram, pensiline e colpi di tosse, ma a parlare non sono le Cose, loro sacralità.
Oscura, oscura, non si capisce. Analfabeta sente e sa, per lui nessuna fatica. Ai duri cui sono chiare le cose del mondo, più incomprensibili cose, lei non appare. Pavoneggia, si nasconde né dispera. Sarà questa la sincronicità del momento di cui parla il Libro. Ora e qui e non causa e effetto. Con la piastra elettrica riscaldo casa, con la fiamma dei morti.
Aprile dai muri freddi.
h: 6.40. 5 aprile 2012, nel 9 due africani. Scendono in piazza 5 giornate. sale uomo con barba, cappello, ombrello, piove, al 34 un poeta dorme o combatte l’insonnia fumando. Vetrina del Birillo addobbata con uova di Pasqua. È buio. Il fruttivendolo sistema frutta e verdura, gli spazzini all’opera. Viale Piave. Repubblica, MM3. ANPE, associazione nazionale persone emarginate. Stazione centrale, un ragazzo in bicicletta sulla scala mobile. Binario 18, folla fitta. Partenza per Lecce. Il viandante che pure ha ottenuto possesso e ascia, non ha il cuore lieto. Il fumo del fuoco spento è lento a morire. Su 4, due candele continuano a brillare. Al 22 di Monte Nero un sole mobile si addomestica, passa dalle fronde e dai disegni di un balcone inaccessibile. Sulla scrivania si agitano forme, inseguono luce e scuro, si fermano al centro del torace. Ora una Pall Mall, bianca, accendino celeste. Il 9 è pieno, lo sfiora un ragazzo con la barba chiara.

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