Rose

 

Ho scordato le rose sul treno. C’era una musica lenta e aspra, di limoni inaciditi e sansa. Porto sul vestito a fiori il sorriso e la serenità di mia nonna, i fazzoletti sulla testa, grani del rosario, litanie, le monetine di qualche città a cui ho dato i passi e il sorriso, l’odore di uva e botti tra via Siena e via Tripoli, prima di andare a salutare i vecchi, all’ombra di una rimessa con le volte a botte dove sedevano nella pace pomeridiana, fino a sera tardi.
Mia madre con ago a cucire nei silenzi primaverili, mentre giocavo a vendere stoffe, convincendo immaginari acquirenti e mercanteggiando sul prezzo, o cantando con microfoni invisibili di fronte alle piante del giardino.
Sui prati di Parigi ci sono ragazzi sdraiati, aperti girasoli. L’ascensore rosso apre sull’appartamento verde di Marta, rane ciondolanti dappertutto. Musicisti, uomini e donne di lettere e vita, in perenne festa. La vasca da bagno è nella camera da letto, si entra scendendo un gradino dalla moquette verde, con la porta-finestra accanto, il lavabo a colonnina. Effervescente ampolla che seduce per sua natura. Il tè degli arabi vicino alla moschea, la notte che non viene.
La bellezza abita il silenzio, lo fa nella Città Bella, ingioiellata con l’umiltà polposa e vuota della sua pietra. Le casacche bianche sulle pelli scure a ricordare il Mediterraneo che ritorna da remote e vive onde saracene. Terre che non sgualciscono il passato. Lo ritrovi, pelle tesa adolescente, in un crocicchio, nell’edicola votiva, in una grotta, nella masseria, nel porto dove il vento non va mai incontro alla cronaca, ai fatti, all’attualità. E’ mediterraneo, vento tra oriente e mare, nasce e non appieda come i canti delle tabacchine, i piedi e le biciclette dei contadini dell’Arneo. La bellezza abita il silenzio, lo fa a Praga coi santi di ponte Carlo che ti cuciono le labbra se li guardi, l’isola di Kampa ti affonda in un miele di zolfo e guglie dorate ti appendono lo spirito come sacco penzolante d’impiccato, tra il Golem e i fumi della Moldava. Se vai d’inverno impari a parlare coi fantasmi e ci giochi coi dadi all’osteria dove mani di morti ubriachi muovono i tasti di un vecchio pianoforte e un ebreo in libera uscita dal cimitero suona il violino.
Ci si incontra per strada, a L., nessun vincolo tecnologico al fanatismo e alla puntualità del fato, del destino. Fato e destino sono cuochi fissi, ossessionati dai giochi di simpatia e affinità. Se hai un desiderio, nella Città Bella, è un attimo e diventa reale, saranno le oziose cariatidi, saranno i gradini delle chiese, una serie interminabile di angeli ruffiani e animali da circo. I desideri non hanno lunga vita. E’ un attimo e il vento ti porta dove vuoi. A quel punto la danza intreccia cori e sospetti, se ne fa una giostra, una risata, un occhiolino, una lapidazione co(s)mica.
C’è una casa di marzapane e Africa con la mansarda che offre il petto alle malìe del nord, legno e tetto che cade al panorama. Dall’interno la finestra si stende sui disordini densamente popolati del Senegal e odori di soffritto e nenie delle quattro di pomeriggio, preghiere di marinai che supplicano di rivedere Itaca o ringraziano per averne trovata un’altra uguale e calda, abbraccio di rondini che fanno cerchio nel tuo pezzetto di cielo e felicità. Non c’è solitudine sul tappeto rosso di divinità pagane. Dalla parte del nord, chiesa dell’Angelo e della Provvidenza, steli di destini sbrecciati rompono l’estatica perfezione del cielo. A sinistra, pochi metri da Corte del Verrio e la sua dimora, matrona incontrastata e saturnina, santa Croce si offre severissima, irraggiungibile ai turisti. Ti pare di poterla mettere nella coppetta del gelato, fermarla in un obiettivo, infilarla in una tasca. Non ne troverai niente, sfuggente e superba, se non un’indefinita sensazione di immensità, stordimento, ubriachezza, sogno, eccesso inconsumabile.
Niente stride col destino dell’uomo, nessuna scenografia, nessun rumore. Non dice il falso, la Città Bella, le rovine sono rovine dorate, il silenzio è il silenzio dell’uomo e delle cose. Niente falsifica, mistifica la nostra condizione di animali decaduti, caduti, persi, né il commercio, né l’autobus, né i giardini, le ville, le piazze, il vento. Tutto è un ricordo, vago alone di gloria svanita e in questa cava d’ambra pullulano vite senza smania né ambizioni, vite di terracotta testimoniano, fragilissime, la vanità di tutto, a gloria e ferita di ciò che è perso e fu grande, immenso. E all’infinito si tende, in una danza perpetua il cui inizio s’intravede nei deliri di rosoni e colonnati, nelle facce e corpi maestosi di severe e indomite cariatidi. Il tempo non è tempo del progresso, è tempo dello spirito, onirico. Ecco che impera lo stendardo della voluttà come in poche altre città. Se sottrai il profitto e l’ambizione, resta il tempo del piacere.

Trieste apre succhi di melograni vizzi e spezie di oriente, latta e rame nelle nicchie di botteghe di mercanti ebrei. Cimitero cullante la reggia di leonessa. Una donna e il suo specchio opaco che la salsedine ha reso ingiusto. Canto muto, litania inceppata sulla maniglia verde del bistrot, sul boccale del matto, sulla sua spalla, testa china.
L’impero è lì, in una maceria bianca, solenne, maestoso. Eccesso e voluttà autistica. Silenzio. I gatti svettano sulle colonne corinzie, i gatti strappano le confidenze degli angeli e degli ubriaconi.
Le mappe scivolano trasparenti sul lago del tè, qualcuno con la testa appoggiata sui fondali le legge con la lente al contrario, coi piedi, con gli occhi del gufo.
Ora c’è un gatto al davanzale, fuma, compagno muto e senza pensieri. Il perimetro del mondo che lo riguarda disegna le piazze battute da danze sfrenate, le notti lunghe lontane da queste, brevi, vuote, giungla d’asfalto, inutili pensieri. Io non venero ciò che voi venerate, né voi adorate ciò che io venero. Lo specchio è deformante e sdrucciola la geografia, si avvelenano i ricordi e non c’è toppa per queste chiavi. Per quanto sorde sono le orecchie che sanno la tua voce. Per quanto piccole sono le strade che hanno battuto la luce dei tuoi giorni. Per quanto piccolo, quel mondo ha accolto il circo e i suoi animali, e nessun domatore, mai, ha scoccato forte la frusta. Solo qualche fantasma bussa la notte a rompere il silenzio. Lo spazio si sceglie per voluttà, esigenza di avventura, come la casa sull’albero, il pesce pescato all’alba. Lo spazio disegnato da altre esigenze è utile solo per le misure esatte del loculo.

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2 risposte a Rose

  1. Vernel ha detto:

    le verità, nella culla serena del pentagramma

  2. iole toini ha detto:

    le tue dita sonore…

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