Aleph

Mia madre mi teneva per mano. Camminavamo incontro a una luce bianca, fissa. Eravamo il mondo, la scena delle cose, il respiro della vita. Nessuna parola nello spazio candido che attraversiamo. Saliamo una gradinata.
Scanditi passi a schiena dritta. Apriamo la porta di legno e vetri dopo aver annusato l’odore del giardino, l’erba che ospitava tartarughe, la stessa calpestata per millenni in quell’asilo del mondo, quando facevo mangiare le foglie dei cespugli a Paola, avvertendola con voce sommessa che erano foglie magiche e la obbligavo a farne cibo. Attraversiamo per un tratto il corridoio, una forza istintiva mi fa divincolare dalla sua presa, scappo verso una porta stretta e bassa che so dove conduce. La sagrestia dove io e mio fratello ci confessavamo prima o dopo messa, da quel prete che tutti dicevano matto e che durante la celebrazione ci faceva ridere ininterrottamente. Diceva cose vere da sembrare assurde, e con enfasi di cuore giusto.
Attraverso la sagrestia piccola e profumata. L’infanzia ha portoni grandi e generosi per gli olfatti deviati, sempre in bilico nei terreni sdrucciolevoli dei cunicoli, delle grotte, dei santuari che dalle profondità carsiche creano varchi, braccia di Aleph per palmi tesi al cielo. Arrivo all’ingresso della chiesetta che era il salone dei balli e delle scatole che aprivano mondi da mille e una notte, la stanza più grande dell’asilo. Veli di tulle, vestiti da sposa, voile, bambole, trucchi, fischietti, coriandoli, dadi, tasselli di puzzle, scarpe spaiate, pezzi di legno, cucchiai, pentole, mestoli, strofinacci, cravatte, bracciali, collane, occhiali.
Le suore ci giravano attorno coi loro vestiti grigi, bianchi, neri. Suor Angela spesso mi teneva sulle gambe, mi tirava il naso trattenendolo con l’indice e il medio, ridevo, gioia di cose angelicate. Suor Vincenza addestrava feroce al teatro, mentre nella sala da pranzo si preparavano gli odori di minestra, le panche basse e un sapore che nasceva dalle mani di scalpellino, un Michelangelo della cucina, cucina economica, con la brace del camino che poteva fare da fornello. Tutto lì, integro, fresco, solido come un crocefisso nell’edicola votiva che sai ti guarderà appena girerai l’angolo.
Sono lì. A un passo dalla chiesa vedo un angelo maestoso, immenso, arcangelo Michele si direbbe, grandi ali e rosso e azzurro. Mi sbarra la strada con una lancia ammonendo: non oggi, Lunedì! Mi giro spaventata per tornare da mia madre e sbatto la faccia sulla stoffa severa, ruvida e fresca, color tortora, della veste di suor Vincenza. Mi abbraccia, la stringo. Sento la misura perfetta del suo corpo, quanto di infinito e misterioso accoglie.

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