Finestre. o della visione dell’Impero

Arnie, nidi di animali magici, scorciatoie per farfalle e briganti. S’arrampicano al cielo o scivolano basse su carcasse di vicoli umidi, neri. Assediate da ragnatele, vermi, ragni, scarafaggi, trattengono foglie secche, ruggine, mozziconi di sigarette.
Non sono del mondo, il mondo non le insegue. Al mondo soffiano le verità che dal buio senza tempo custodiscono.
Sono tombini per la luce, gallerie dell’impero, passamano per il cielo, apiari dello spirito.
Non catturano lo sguardo dei passanti, a volte solo spavento. Nessuna pausa, nessuna sosta che apra la chiave dell’arcano.
Basterebbe avvicinarsi, prenderle con gli occhi, fronte a fronte, cuore a cuore, per sentire un fremito, lungo, caldo, il sussulto di ciò che vive, morto per i morti.
Ancora più vicino e il violino scocca l’ora perduta degli ebrei in danza, clarinetto, fisarmonica e bistrôt, sguardi di belletto e ventagli.
Non un ghigno profetico di fine, perché fine non c’è, né spegnimento, né artiglio affacciato all’angolo della disfatta umana. né capitolazione né tragedia.
I binari delle finestre sono sospesi e non c’è gravità che incenerisca. Lo spazio è d’ambra e oro, azzurra la traiettoria delle cose, calma e infinita.
Tempo delle inossidate provvidenze mute, inesausto fiato di dio, ora lunga degli amanti nei vicoli di latte, chiari, ora fissa alla canicola, vento mosso dalle pale, letto sfatto dal tempo e corpo senza governi.
Possiedono i codici incodificabili. Né cifre né numeri, né simboli né sigle. Disappartengono alla parola, comunicazione delle fogne, dire per dire, appagare brame di pece, ammiccare delle scimmie, smania senza desiderio, consumo e spreco senza volontà di bruciare e perdersi.
Possono fulminare, uccidere, fagocitare molluschi, burattini e animali da lavoro imbrigliati nei comandamenti del letamaio con l’orologio d’oro.

Quella in alto, quella in alto, lassù, cielo di Grado, ha aperto con riga e matita da scolaretto il sipario perfetto che sgomenta e sgomina le fruste del padrone monco e curvo, ingoiante sua bava di fiele, gli ordini del ciambellano, castighi della vita agra, le ascensioni del purgatorio ad impraticabile densità umana.
Sono loro le vere uscite di sicurezza, senza frecce, senza toni perentori, vi indicano il giardino, il clima perfetto, l’età senza contabilità anagrafiche, conti dei servi, processioni eleganti di animali al macello. Sono la coscienza senza sonno, il sonno vuoto e calmo senza lo scherzo, lo scherno, lo sforzo del risveglio, piacere fuori da avare concessioni. Sono l’altalena perenne, l’imperturbabile dondolio di ciò che è vivo e vive tra le cose morte, mai in affare coi perduti, mai in affare con la mente sinistra che trattiene e nutre larve e chiama vita il cadavere che disseta e sfama obbedendo in ginocchio alla macchina abietta, alla voce senza volto che inibisce lo squittio del topo.

Celesti visioni nemmeno nascoste, sottratte al pallido carnaio, grondate pioggia di vostra azzurrità

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