Andate in pace

È bianco a sufficienza. Verrà neve. Bianco e denso, grembiule di vecchie massaie portato coi lembi alla pancia. Pieno come una gerla. È sicuro, è in bilico.
Qualcosa verrà, si aprirà. Le acque sono verdi, tengono a palmi schiusi il presepe colorato, ci dicono messa la notte del 24. Al bordo della città la gente è appesa ai suoi silenzi, all’acqua, all’orto. Gesti piccoli, doveri quotidiani, è seria, quasi scontasse una pena. Per l’occhio che guarda sembrano danze, per loro gesti simili al respiro. Tutto è come deve essere, come gazze su fili elettrici, come campanili e montagne nei disegni di bambini. La natura no, è imbronciata, severa, impera su voci e cose. Ha umori suoi, capricci che inquietano, non c’è vento o sole che la plachi, né direzione di bussola che la rassicuri. Più in là i grifoni. Gli allocchi degli Urali conservano in cuore i segreti che vedono alle spalle con gesto veloce, impazzita rivoluzione terrestre verso astri sconosciuti. Le montagne non girano il collo, ma è chiaro il rapporto che le lega al peso che portano alle spalle.
Terra di natura che uomini hanno invaso, uomini più somiglianti a rocce e puntute cime che a fratelli e fatti di città.
Il corvo gracchia, le campane incudini che incendiano il silenzio. L’anziano uomo nel garage con il chiodo tiene i legni della bara. Non può accorgersi degli occhi che da fuori corrono veloci nel suo spazio. Più avanti un prete nella chiesa vuota incita deciso: andate in pace.

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